Cinque colpi di arma da fuoco esplosi contro una sede sindacale. Un’aggressione notturna, organizzata, con coltelli e radio ricetrasmittenti, ai danni di giovani militanti politici. Nella stessa città, nelle stesse ore. Roma si risveglia con un doppio episodio che riapre una domanda scomoda: stiamo davvero assistendo al ritorno di un clima di violenza politica che credevamo consegnato alla storia?

È accaduto a Primavalle, quartiere simbolico e carico di memoria. Alla riapertura mattutina della sede della CGIL sono stati rinvenuti cinque fori di proiettile, uno per ciascuna vetrata e serranda. Nessuna rivendicazione, nessun altro locale colpito. Un atto mirato, intimidatorio, che il sindacato ha denunciato alle forze dell’ordine parlando apertamente di un “clima di ostilità e delegittimazione costante”. La CGIL rivendica il proprio ruolo di presidio di legalità e democrazia sul territorio e assicura che non arretrerà.

La condanna politica è stata immediata e trasversale. Daniele Leodori, segretario regionale del Partito democratico, ha definito l’episodio “un fatto intollerabile che supera ogni soglia di allarme”, un attacco non solo al sindacato ma ai principi stessi della convivenza democratica. Parole nette, che collocano l’accaduto su un piano che va oltre la cronaca giudiziaria.
Poche ore dopo è intervenuto anche il sindaco Roberto Gualtieri, parlando di un episodio “gravissimo e inquietante” e ricordando che Roma “ripudia ogni forma di violenza politica”. Ma nella sua dichiarazione c’è un passaggio che allarga il quadro e rende il contesto ancora più inquietante: la condanna degli spari contro la CGIL viene affiancata a quella per le aggressioni di strada avvenute nella notte in via Tuscolana.

Lì, secondo quanto denunciato, quattro ragazzi di Gioventù Nazionale sarebbero stati assaliti da un commando organizzato mentre affiggevano manifesti per il 7 gennaio, giornata della memoria legata ai nomi di Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni. Un’azione pianificata, non casuale, sostiene Marco Scurria, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, che parla apertamente di un’aggressione alla libertà di espressione e al diritto al ricordo. Parole pronunciate dopo la commemorazione silenziosa ad Acca Larentia, luogo-simbolo di una ferita mai del tutto rimarginata.

Nel giro di poche ore, anche dal centro politico arriva una presa di posizione. Alessio D’Amato, segretario romano di Azione, definisce gli spari contro la CGIL “una violenza inaccettabile che ci riporta agli anni più bui della nostra storia”. Un’espressione che ritorna, quasi ossessivamente, nelle reazioni di queste ore: gli anni bui, gli anni Settanta, la stagione in cui la politica smise di essere solo conflitto verbale per trasformarsi in scontro armato.

Il punto, oggi, non è stabilire equivalenze né tracciare simmetrie forzate. Gli episodi sono diversi per matrice, dinamica, bersagli. Ma hanno un denominatore comune: la normalizzazione della violenza come strumento di intimidazione politica. Sparare contro una sede sindacale o accoltellare giovani militanti non sono gesti isolati da archiviare come devianza marginale. Sono segnali. Campanelli d’allarme che parlano a una città e a un Paese intero.

Roma conosce bene questo linguaggio. Sa cosa accade quando l’odio ideologico prende il posto del confronto, quando la delegittimazione diventa disumanizzazione, quando il nemico politico smette di essere un avversario e diventa un bersaglio. Per questo la risposta non può limitarsi alla solidarietà rituale, pur necessaria, né alla sola azione repressiva.
Serve una vigilanza democratica più profonda, una responsabilità condivisa nel disinnescare i linguaggi che preparano il terreno alla violenza. Perché il ritorno degli anni Settanta, se mai dovesse davvero compiersi, non inizierebbe con le stragi. Inizierebbe esattamente così: con cinque colpi contro una serranda e con un’aggressione notturna nel silenzio di una strada romana.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.