Ci sono classici che non stancano mai, come la poesia “‘A Livella” di Antonio de Curtis, in arte Totò. Sono passati 55 anni da quando il comico scrisse i versi un po’ in italiano, un po’ in dialetto napoletano, affidando alla scrittura un concetto chiave: la morte rende tutti uguali, ricchi e poveri. “‘A morte ‘o ssaje ched”è? …è una livella”, scrisse. Si tratta di un poemetto narrativo che ogni anno torna alla memoria il 2 novembre e che affronta con ironia il tema della morte, molto caro ai napoletani. Totò che amava scrivere le sue poesie in italiano e dialetto, ne aveva appuntati i versi sui pacchetti di sigarette. Tra un ciak e l’altro tornava nel suo camerino, svestiva i panni del principe della risata e rimaneva semplicemente Antonio. E scriveva tutto ciò che aveva più a cuore, riversando i quei versi la sua vera essenza.

Totò viveva a Roma, ma soffriva la nostalgia per Napoli, la città dove era nato e cresciuto. Un sentimento che spesso riversava nelle sue poesie, scegliendo più spesso di affidare al dialetto i sentimenti più intimi. Così fece anche per ‘A Livella, il suo poema più lungo, 104 versi, tutti endecasillabi in rime alternate, ripartiti in ventisei strofe. L’ ispirazione gli sarebbe arrivata pensando a un episodio della sua giovinezza a Napoli. Originario del Rione Sanità, da bambino spesso si ritrovava a giocare a nascondino nelle Catacombe di San Gaudioso, vicino alla chiesa dove faceva il chierichetto. Nei cunicoli delle catacombe c’era un affresco di Giovanni Balducci raffigurante uno scheletro, per simboleggiare la natura effimera dei beni mondani, che cessano di avere senso di fronte al potere della morte, che per l’appunto livella.

Totò aveva certamente letto anche “Dialogo sopra la nobiltà” di Giuseppe Parini, scritto attorno al 1757. Una polemica antinobiliare fatta con vivacità satirica tipica della produzione pariniana, è un dialogo tra due cadaveri, un nobile e un poeta, seppelliti casualmente in una fossa comune. Un po’ come succede al Marchese, “signore di Rovigo e di Belluno”, e al netturbino che, come racconta Totò nella poesia, hanno casualmente le tombe vicine.

La vicenda raccontata in versi Antonio de Curtis è ambientata in un cimitero, dove un malcapitato rimane chiuso dopo aver fatto visita alla tomba della zia defunta. Mentre cerca di uscire assiste incredulo al discorso tra due ombre: un marchese e un netturbino, casualmente sepolti l’uno accanto all’altro, rispettivamente in un sepolcro fastosamente ornato ed in una tomba abbellita solo da una misera croce di legno, “piccerella, abbandunata, senza manco un fiore”. È il marchese  ad aprire la surreale discussione, lamentandosi che la salma del netturbino – del quale disprezza la miseria ed il tanfo – sia stata deposta accanto alla sua.

Il netturbino, Gennaro Esposito, all’inizio assume un atteggiamento accondiscendente, quasi di mortificazione dinanzi all’atteggiamento assurdamente oltraggiato dell’altra ombra. È solo dopo averlo lasciato chiacchierare per un po’ che il disgraziato  dà libero sfogo alla sua saggezza e ammonisce il nobile del fatto che, indipendentemente da ciò che si era in vita, col sopraggiungere della morte si diventa tutti uguali, grazie all’azione della morte-livella. Una metafora che ben spiega il senso di tutto il poema: la livella è uno strumento usato in edilizia per stabilire l’orizzontalità precisa di un piano. La a morte è quindi come una livella che rende tutti uguali. Sono solo i vivi, come scrive Totò negli ultimi versi, che si attengono alle classi sociali, in realtà pura apparenza, finzione. “Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie…appartenimmo à morte!”.