La scomparsa del filosofo
Addio a Jürgen Habermas: senza quella cultura del dialogo che difese per tutta la vita, l’Europa rischia di perdere la sua ragione più profonda
Con la morte di Jürgen Habermas, scomparso a 96 anni, l’Europa ha perso non soltanto uno dei più influenti filosofi del secondo Novecento, ma anche una delle ultime coscienze pubbliche capaci di collegare teoria e responsabilità civile. Pensatore rigoroso e intellettuale militante, Habermas ha incarnato l’idea che la filosofia debba intervenire nella vita pubblica, orientando il dibattito democratico e difendendo la razionalità contro le scorciatoie del potere.
Dove i suoi maestri – Max Horkheimer e Theodor W. Adorno – avevano visto nella modernità il trionfo della ragione strumentale e del dominio, egli cercò di salvare il nucleo emancipativo dell’Illuminismo: la possibilità che gli individui, attraverso il linguaggio, possano costruire istituzioni più giuste. Il cuore della sua riflessione è racchiuso nella Teoria dell’agire comunicativo del 1981, un’opera monumentale che ha influenzato la filosofia politica, la sociologia e la teoria del diritto. L’idea è semplice quanto ambiziosa: una democrazia è legittima solo se le decisioni collettive nascono da un processo di discussione libera, informata e razionale tra cittadini. Non il potere, non il denaro, ma la forza migliore degli argomenti dovrebbe orientare la vita pubblica.
In questa prospettiva, Habermas ha elaborato con Karl-Otto Apel l’“etica del discorso”, secondo cui le norme morali possono dirsi valide soltanto se accettabili da tutti i partecipanti a un dialogo libero da coercizioni. Un ideale regolativo, certo, ma anche un criterio esigente per giudicare la qualità delle istituzioni democratiche. Questa fiducia nella ragione comunicativa si accompagnava però a una consapevolezza critica. Habermas fu tra i primi a denunciare l’“uso pubblico della storia”: la tentazione delle istituzioni e delle élite politiche di piegare il passato a fini di legittimazione. Per lui, la memoria storica non poteva essere propaganda, ma esercizio di responsabilità.
Non è un caso che intervenne spesso nel dibattito tedesco sulla memoria del nazismo, convinto che una democrazia matura debba saper fare i conti con le proprie colpe. La sua biografia spiega molto di questa sensibilità. Nato nel 1929 a Düsseldorf, cresciuto nella Germania devastata dalla guerra e moralmente segnata dalla scoperta dei crimini nazisti, Habermas appartenne alla generazione che dovette ricostruire la credibilità morale dell’Europa. Anche la sua condizione personale – una palatoschisi che da bambino rese difficile la comunicazione – contribuì a renderlo, come egli stesso raccontò, particolarmente attento al linguaggio e alla dimensione intersoggettiva della vita umana.
Accanto alla riflessione teorica, Habermas fu sempre un intellettuale pubblico. Scrisse sui giornali, partecipò ai dibattiti politici, difese l’integrazione europea. Per lui l’Europa non era soltanto un progetto economico, ma una comunità politica fondata su quello che chiamava “patriottismo costituzionale”: l’adesione ai principi dello Stato di diritto, più che a identità nazionali chiuse. Oggi, mentre i nazionalismi riemergono e la sfera pubblica appare dominata da polarizzazione, propaganda e algoritmi, l’eredità di Habermas appare insieme preziosa e problematica. Il suo ideale di una democrazia deliberativa sembra quasi utopico in un mondo segnato dalla disinformazione e dall’apatia civica. Ma proprio per questo resta indispensabile. Habermas ci lascia un compito: ricordare che la democrazia non è soltanto un sistema di regole, ma un processo di discussione. Senza cittadini disposti ad ascoltare, argomentare e mettere in questione il potere, la libertà rischia di diventare una parola vuota. E l’Europa, senza quella cultura del dialogo che egli difese per tutta la vita, rischia di perdere la sua ragione più profonda.
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