C’era una volta il collezionismo filatelico. C’era. Come il pensionato della canzone di Guccini, l’uomo che vende francobolli a Porta Portese, è seduto in attesa dei clienti, dietro il suo banchetto, nell’eterna domenica commerciale romana. “Da quarant’anni, pensi!”, racconta, “sono proprio quarant’anni che sto qui”, dice, mostrando l’aldilà della sconsolata certezza che, a dispetto della sua presenza immancabile, il collezionismo filatelico è ormai morto. Al cliente, se mai dovesse presentarsi, offrirebbe, imbustate, alcune tra le più straordinarie serie che le Poste italiane abbiano mai offerto al mondo delle lettere, assai prima che giungessero le e-mail e, appunto, i telefonini: “l’Italia al lavoro”, la “Democratica”, la “Siracusana”, la serie per ricordare i vent’anni della Resistenza.

Sul trapasso della filatelia, l’uomo non ha dubbi: “Signore mio, è stato proprio con l’arrivo dei cellulari che il collezionismo filatelico è finito”. Aggiunge che “di trenta negozi presenti un tempo a Roma ne rimangono quattro”. Vero, sconsolatamente abbandonate le vetrine di quello che si trovava in via delle Tre Cannelle, proprio di fronte a dove venne girata la scena del sopralluogo alla carbonaia ne “I soliti ignoti”. I francobolli, erano, a loro modo, cinema a un solo fotogramma; ogni collezionista conosceva i nomi degli artisti, degli incisori che li realizzavano, e i colori esatti, metti, della “Michelangiolesca”. 1 lira grigio: figura degli ignudi, 5 lire arancio bruno: figura degli ignudi, 10 lire arancio vermiglio: figura degli ignudi, 15 lire lilla: Profeta Gioele, 20 lire verde mirto: Sibilla Libica, 25 lire bruno: Profeta Isaia, 30 lire grigio violetto: Sibilla Eritrea, 40 lire rosa carminio… Ai miei occhi, esteticamente parlando, il tracollo giunge con il francobollo dedicato al traforo del Monte Bianco, lire 30, nel 1965.

Non è però questo il punto, un mercante di queste merci, anni addietro raccontava che al collezionista importa poco il “volto” del francobollo, semmai il suo plusvalore; come i lingotti da tenere in cassaforte. Forse è il caso del primo francobollo della storia, il “Penny Black”, emesso nel Regno Unito il Primo maggio 1840. Restando in Italia, ancora adesso, per chi ne ha memoria, occorre semmai ricordare il “Gronchi rosa”, dichiarato “non emesso”, colpa o merito di un errore sui confini del Perù. Valore attuale “circa mille euro l’esemplare nuovo con la gomma integra, circa 500 euro i pezzi senza gomma provenienti dalle affrancature delle buste intercettate e ricoperte con il grigio. Quanto alle buste, valgono fra intorno agli 800 euro, a seconda di qualità e conservazione,” riporta un articolo apparso per i sessant’anni dell’evento fortunoso. Quel francobollo figura anche nelle trame golpiste del Sifar del generale De Lorenzo, 1964. L’anziano venditore romano scuote ora la testa, sconsolato, spiega che un “foglio”, tra quelli che offre, “una volta sarebbe costato diecimila lire, mentre adesso vale appena un euro”. Aggiunge che ai giovani nulla interessa della filatelia, “e poi ormai i francobolli li fanno adesivi!”. Volteggiano definitivamente nel cielo della memoria le originarie filigrane stella o ruota alata. Peccato che “in Germania, per esempio – garantisce sempre il venditore – la filatelia è ancora viva, i collezionisti ci sono, forse anche tra i giovani”.

Infine ribalta i ruoli: “Scusi, quando è nato lei? Pensa davvero che i suoi figli avranno interesse alla collezione che ha in casa? A tutte le emissioni, non bollate, dell’Italia repubblicana, alle ‘quartine’, alle ‘buste primo giorno emissione’ che custodisce?” La sensazione di un mondo già svanito; pure le schede telefoniche, fino a qualche anno fa, insieme alle figurine, oggetto di desiderio, appartengono al medesimo limbo. Cinema a un solo fotogramma, dicevamo. Così viene in mente, chissà perché, il francobollo dedicato nel 1961 a Plinio il giovane e quell’altro, tre anni prima, a Ruggero Leoncavallo, o la serie quasi cubista per il “cinquantenario della vittoria” del 1968: l’aereo di Baracca, il sacrario di Redipuglia, il mosaico dorato del Vittoriano, alle spalle della tomba del Milite Ignoto e dei fanti o Lancieri di Montebello che lì montano di guardia, gli stessi che Benigni immortala in un film; lire 180. “Non ha capito che la memoria non interessa più?”, conclude il suo requiem.

La memoria è ritenuta un ingombro, da tardo neorealismo infine tramontato. Difficile immaginare oggi un ragazzino che sul tavolo da pranzo, dopo avere fatto incetta di francobolli, li guarda ritenendo di custodire un tesoro, oppure fa caso, metti, al profilo virato grigio di Francisco Franco su una cartolina spedita dalla Spagna dagli zii in vacanza oltre quarant’anni prima, gli stessi che porteranno un souvenir di nacchere e banderillas. Che stupore però davanti ai pezzi della Repubblica di Weimar, su quei francobolli c’è addirittura modo di leggere un valore di 10 miliardi, causa l’inflazione. Una lettera che nel gennaio 1923 costava 10 marchi, il 10 ottobre avrebbe visto raddoppiare il costo del francobollo a 2 milioni di marchi per giungere infine, sotto Natale, a 50 miliardi di marchi. Tutto vero. In una possibile storia sentimentale della filatelia e dei valori bollati, ricordando anche un saggio di Federico Zeri, su “grafica e ideologia” dei francobolli italiani “dall’origine al 1948”, c’è da fare ritorno all’emozione dell’attesa delle lettere: scorgerle finalmente, al mattino, nella propria buca dava l’idea che dai francobolli pulsasse sentimento, apparivano radiose le buste stesse: in alto a destra la serie delle “Fontane d’Italia”, nel 1973, e siamo già nel precipizio grafico della filatelia nazionale, da far rimpiangere i volti virati della “Michelangiolesca” o “L’Italia al lavoro” del 1950: la “raccoglitrice di arance” per la Sicilia, le “olive” per la Basilicata, il “carro a vino” per il Lazio, il “timone” per il Veneto, a ciascuno il suo attrezzo nel paese ancora rurale e insieme culla di santi.

L’Italia che nel Palazzo dei Concorsi di Roma innalza i nomi di Dante, Leonardo, Galilei, e c’è da immaginare l’esaminando sentire la propria piccolezza al cospetto dei geni evocati nel marmo. Altrettanta emozione grafica giunge, perfino a dispetto del fascismo, nella serie per il “Decennale della marcia su Roma”: il 20 centesimi, rosso, filigrana corona, afferma che “I bimbi d’Italia si chiaman Balilla”. Nel Purgatorio dei francobolli, forse, tutti gli esemplari venuti al mondo, idealmente dimorano accanto al triplano del Barone Rosso che, sempre un tempo, gli appassionati di modellismo montavano dopo lo “Spirit of St. Louis” di Lindbergh, così nell’Italia domestica presidiata dai lampadari di alabastro sopravvissuti alla guerra e ai suoi bombardamenti.

Chi ci ridarà più le stesse emozioni della “Siracusana”? Conforta che negli ultimi anni la nostra filatelia, sebbene non esistano più i disegnatori dal pennino acuminato delle origini, ricordi di tanto in tanto i grandi nomi della letteratura: Dino Buzzati, per esempio, è lì con un 0,60 centesimi apparso nel 2006; peccato che l’autore che l’ha disegnato non abbia scelto per onorarlo un suo spettrale disegno; peccato davvero perché sarebbe stato un ex voto a grazia mai ricevuta per la sopravvivenza della filatelia stessa.

Fulvio Abbate è nato nel 1956 e vive a Roma. Scrittore, tra i suoi romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “La peste bis” (1997), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013), "La peste nuova" (2020). E ancora, tra l'altro, ha pubblicato, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Pasolini raccontato a tutti” (2014), “Roma vista controvento” (2015), “LOve. Discorso generale sull'amore” (2018), "I promessi sposini" (2019). Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi. Teledurruti è il suo canale su YouTube.