Tra le difficoltà che limitano l’orizzonte di un reale “new deal” nazionale, la svolta progettuale imposta dall’emergenza sanitaria globale alle politiche di austerità, per la verità già in via di abbandono da qualche tempo dopo gli evidenti disastri sociali provocati, rappresenta la più importante novità contemporanea, in grado di dare nuovo slancio alla costruzione europea. Stenta tuttavia l’avvio di un costruttivo dibattito parlamentare sulla (ri)costruzione del sistema Italia, sulle priorità da affrontare per restituire competitività a un Paese i cui indicatori economici e sociali rallentano in rapporto a quelli dei principali Paesi europei e che la crisi sanitaria rischia di ricacciare ancora più indietro, così come colpisce la carenza di un serio confronto con le parti sociali. Non stupisce, quindi, che anche la vicenda del futuro del “governo” delle grandi città del Paese e delle straordinarie difficoltà che esse attraversano, finisca per polarizzarsi tra il richiamo a modelli “straordinari”, quali quello della “legge speciale”, e la vecchia ricetta di dilazione del debito, ormai insufficiente sia allo scopo di restituire vitalità alla gestione amministrativa degli enti che di disegnare modelli virtuosi di direzione e controllo. In questo contesto, il dibattito sul “caso Napoli”, terza città d’Italia e tra le più indebitate per i prossimi decenni, rischia ancora una volta di impedire un disegno innovativo ispirato a darle un’amministrazione del tutto sana ed efficiente ovvero adeguata vivibilità attraverso un governo del territorio e dell’economia locale che consentano alla nuova amministrazione che sarà eletta nei prossimi mesi di programmare e costruire il proprio futuro con adeguate risorse. Così non stupisce che riemerga la logora contrapposizione tra il pubblico “efficiente” e il privato “approfittatore”, ignorando tuttavia come sia inconciliabile il conflitto tra buono e cattivo, a fronte della più laica capacità di distinguere tra ciò che merita apprezzamento, tanto nel pubblico, quanto nel privato e, ove occorra, nella gestione condivisa pubblico-privato. Perché il vero, irrinunciabile, modello a cui ispirare ogni prospettiva di sviluppo non può che fondare su una adeguata capacità regolatoria della PA che indichi correttamente la cornice normativa e regolamentare in cui gli organismi attuativi debbano operare. Accanto ai progetti di attribuzione alle grandi città di risorse nazionali idonee a metterle in condizioni di superare le difficoltà che incertezze normative, complicazioni burocratiche, incapacità amministrative e, da ultimo, prima la crisi economica e poi sanitaria hanno generato, occorre intervenire su una revisione dei modelli normativi e gestionali, sull’eliminazione delle lungaggini e la semplificazione dei procedimenti amministrativi. È allora necessario abbandonare ogni pregiudizio per ragionare su un impianto normativo che tenga adeguato conto sia delle differenti dimensioni territoriali degli enti locali che sulle effettive risorse di cui dotare bilanci e uffici comunali, favorendo lo svecchiamento e il turn-over ma anche agendo su modelli e regole di gestione dei servizi pubblici. Esperienze positive di eccellente conduzione della gestione pubblica dei servizi pubblici non mancano in Campania come altrove, così come esempi di efficiente affidamento a imprese private di servizi caratterizzati da particolare complessità e competenza miste tra natura professionale e organizzazione tecnica, testimoniano la validità di simili formule organizzative, senza che il ricorso alla collaborazione dei privati rappresenti sempre un modello astrattamente negativo quando il pubblico non possegga le capacità necessarie. Ben venga, quindi, una legge ben ponderata e adeguatamente dotata di risorse, per l’attuazione concreta ed efficiente dei progetti di sviluppo delle aree metropolitane italiane per definire una cornice normativa in cui possa trovare opportuno spazio ciascuna identità territoriale con le proprie specificità, dove il pubblico fissi le regole ma apra la gestione anche ai soggetti privati controllandone consapevolmente l’attività, per realizzare quei disegni di efficienza gestionale e vivibilità sociale che l’assenza di una visione strategica sul ruolo delle città, dopo le innovative e importanti esperienze dei primi anni Novanta, ha finora impedito di rendere stabile.