L’intervento della sicurezza sugli spalti non ha impedito che le immagini della tifosa iraniana con la maglia dedicata a Mahsa Amini diventassero virali. Anzi: quel tentativo di censura ormai tardivo ha aumentato l’attenzione sull’episodio – e sulla causa -, l’ennesimo di censura ai Mondiali in Qatar dei quali si sta parlando più per le questioni dei diritti umani e civili che per le prestazioni sportive. È successo tutto allo stadio Ahamad bin Ali, dove si stava giocando Galles-Iran, secondo match valido per il gruppo B della competizione.

Partita vinta dall’Iran: 2 a 0, un risultato maturato nei tempi supplementari. Una vittoria storica. C’era tanta attenzione sulla nazionale iraniana che al debutto contro l’Inghilterra non aveva cantato l’inno in segno di protesta contro la violenta repressione delle manifestazioni che da metà settembre attraversano il Paese. La Nazionale era finita in mezzo ai due fuochi: tra chi giudicava impalpabile la protesta e chi sosteneva il regime. Di ieri la notizia dell’arresto di Vouria Ghafouri, calciatore, nel giro della Nazionale fino a pochi mesi fa, che sarebbe stato prelevato alla fine dell’allenamento davanti al figlio di dieci anni.

L’atleta aveva espresso sui social il suo disappunto contro la repressione. E ieri la notizia dell’arresto aveva fatto il giro del mondo. Le proteste in Iran vanno avanti da metà settembre: il 16 di quel mese la 22enne Mahsa Amini moriva dopo essere stata arrestata a Teheran in un parco pubblico perché non indossava correttamente il velo, lo hijab obbligatorio per tutte le donne in Iran. Le autorità avevano parlato di un tragico malore, i familiari di violenze. Le manifestazioni sono esplose nel Kurdistan iraniano, regione di origine della ragazza, e si sono diffuse in tutto il Paese. La CNN qualche giorno fa ha pubblicato un reportage sugli stupri ai danni delle manifestanti nelle strade e nelle carceri. Secondo l’Ong Iran Human Rights la repressione ha causato la morte di 416 perone fra cui 51 bambini.

 

In un mondiale dove i capitani delle squadre hanno rinunciato a indossare la fascia arcobaleno, in segno di solidarietà verso la comunità LGBTQIA+, in un Paese dove l’omosessualità è considerata illegale, punita penalmente, definita inoltre “malattia mentale” dall’ambasciatore della competizione a pochi giorni dal calcio d’inizio del torneo, le proteste degli iraniani hanno bucato gli schermi di tutto il mondo e sono diventate virali. E soprattutto hanno mostrato un coraggio che altri non hanno avuto pur rischiando molto meno.

Proprio come nel caso della maglietta di Mahsa Amini, tra l’altro in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Il giornalista dell’Independent David Harding ha scritto su Twitter che la sicurezza dello stadio ha costretto la ragazza protagonista della manifestazione a rimuovere la maglia esposta. Era truccata con un cuore con i colori della Repubblica islamica e con gli occhi come se fossero sanguinanti. Il numero 22 come gli anni della ragazza. Anche altre donne hanno manifestato sugli spazi in Qatar lanciando messaggi come “#freeiran” e “women life freedom”.

A fare il giro del mondo il mese scorso era stato il gesto storico della scalatrice iraniana Elnaz Rekabi, che ai Campionati asiatici di arrampicata sportiva a Seul aveva gareggiato senza hijab. Dopo aver raccontato che il velo (obbligatorio per le sportive anche all’estero) le era caduto “inavvertitamente”, al ritorno l’atleta era stata messa agli arresti domiciliari. Centinaia di persone l’avevano attesa in aeroporto.

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Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.