Com’è noto il M5s ha fortemente voluto, con la cosiddetta legge “spazzacorrotti”, l’inserimento nel nostro ordinamento di una norma (la cui efficacia è rinviata al 1° gennaio 2020) che dispone la sospensione del corso della prescrizione penale «dalla pronuncia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o della irrevocabilità del decreto di condanna». Malgrado i molteplici sforzi di molti (tra cui io stesso) per far comprendere che tale soluzione è ad alto rischio di incostituzionalità, i vertici del Movimento si sono ostinati nel difendere la norma, facendo passare il messaggio che chi contrastava la modifica voleva difendere ladri e delinquenti. Ovviamente così non è perché il legislatore non è certo costretto a scegliere tra il “punire” ladri e delinquenti e il rispettare la Costituzione. Com’è ormai noto il tema della disciplina della prescrizione viene in rilievo all’esito della nota “sentenza Taricco” della Corte di Giustizia europea (Grande Sezione), 8 settembre 2015, C 105/14 (seguita poi nel 2017 da una sentenza similare in ordine al contenuto principale). Nell’occasione l’ordinamento della Stato italiano è stato censurato nella parte in cui assumeva in sé un regime prescrizionale conformato in modo da impedire «di infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi». In altri termini la Corte europea ci ha rimproverato di prevedere regole prescrizionali irragionevoli rispetto all’obiettivo di rendere effettive le sanzioni penali. Considerata la sentenza Cedu, appare dunque evidente che si dovesse intervenire, ma a me appare ancora ancora più evidente che si dovesse intervenire con una norma conforme a Costituzione: una eventuale pronuncia di segno negativo della Consulta avrebbe effetti disastrosi perché ricondurrebbe la prescrizione del reato sotto il regime previgente, con intuibili effetti a catena.
Partiamo da un dato: sebbene la norma discorra di prescrizione siamo in realtà di fronte a un evento – la sentenza di primo grado – che determina l’imprescrittibilità del reato: il processo può durare tutto il tempo che gli aggrada senza che mai il reato si prescriva. I sostenitori di questa soluzione sottolineano che essa è presente in altri ordinamenti e ciò dovrebbe bastare per accoglierla senza timori. Ad esempio Il § 78b dStGB (Deutsches Strafgesetzbuch, Codice penale tedesco) stabilisce al comma 3 che «Se è stata emessa una sentenza prima della scadenza del termine di prescrizione, il termine di prescrizione non scade prima della data in cui il procedimento è stato legalmente concluso». A parte che pure in Germania tale norma è ancora oggi oggetto di severe critiche, di rilievo è la diversa collocazione delle regole prescrizionali in quel sistema giuridico. Esse, infatti, vengono considerate di natura processuale o processual-sostanziale; in Italia, al contrario, l’istituto della prescrizione è stato, dal nostro giudice delle leggi, considerato sottoposto al principio di legalità penale sostanziale enunciato dall’art. 25, secondo comma, Cost., il quale impone che tutta l’area di ciò che è penalmente illecito sia esattamente determinata. Dunque gli argomenti invocati in Germania a sostegno della soluzione qui criticata non sembrano validi anche rispetto al nostro ordinamento.

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Vero è che un illustre autore, Francesco Viganò, adesso giudice della Corte Costituzionale, ha difeso in un noto saggio la soluzione adottata dal Movimento, ma non si richiama poi l’attenzione sulla circostanza che l’Autore ha poi anche chiarito che per evitare alcuni effetti collaterali deprecabili il legislatore dovrebbe introdurre dei correttivi, quali, ad esempio, uno sconto di pena da calcolarsi sull’eventuale eccessiva durata del processo (mi chiedo però quale “compensazione” attribuire a chi dovesse essere assolto, magra consolazione essendo quella risarcitoria), nonché una attenuazione del principio di obbligatorietà dell’azione penale. Agevole chiedersi, considerato che questi correttivi sono il prezzo da pagare per introdurre una simile regola, se il gioco valga la candela. Torniamo, dunque, al tema iniziale: quale potrebbe essere il futuro giudizio della Corte Costituzionale? A me pare, in realtà, che la Corte abbia già indicato il perimetro entro cui il legislatore debba e possa intervenire. Infatti con la sentenza n. 115 del 2018, la Corte ha affermato che la prescrizione «deve essere considerata un istituto sostanziale, che il legislatore può modulare attraverso un ragionevole bilanciamento tra il diritto all’oblio e l’interesse a perseguire i reati fino a quando l’allarme sociale indotto dal reato non sia venuto meno (potendosene anche escludere l’applicazione per delitti di estrema gravità), ma sempre nel rispetto di tale premessa costituzionale inderogabile». Dunque due sono i capisaldi del nostro ordinamento: a) la prescrizione è istituto di natura sostanziale e come tale essa deve rispettare il principio di legalità e determinatezza, ed è altresì come tale b) necessariamente immanente nel sistema, vale a dire modulabile ma non eliminabile in radice, giacché solo i reati più gravi possono essere previsti come imprescrittibili. Alla luce di tali premesse si può senza dubbio osservare che la norma che stiamo esaminando è, con elevatissima probabilità, in contrasto con i principi costituzionali già indicati dalla nostra massima Corte. Il redigente, infatti, non si è avveduto di aver adoperato in modo improprio la nozione di “sospensione”, la quale, per come è configurata, dando vita a un sorta di “tautologia del decorrere dei termini” origina, in realtà, una norma che dispone la imprescrittibilità di qualunque reato dopo la sentenza di primo grado.

Perché correre il rischio di introdurre nel sistema una norma incostituzionale quando esistono altre soluzioni non meno efficaci? Io, ad esempio, avevo proposto di abrogare la legge n. 251/2005 (c.d. legge Cirielli); di ripristinare il testo previgente dell’art. 157 c.p. (molto più chiaro e di facile applicazione) con adeguamento dei termini di prescrizione, soprattutto per evitare che possano entrare in vigore, per taluni reati, termini più brevi di quelli attuali; e di stabilire infine che la sentenza di condanna, sia essa di primo o secondo grado, valga come interruzione (e non già sospensione) della prescrizione di modo da far ripartire il decorso del termine, il quale avrebbe comunque una sua definita durata. La soluzione descritta avrebbe il pregio di assegnare comunque alla potestà punitiva dello Stato dei puntuali confini temporali, e ciò in coerenza con l’affermata natura sostanziale e non processuale della prescrizione, come tale sottoposta all’applicazione del principio costituzionale di legalità e del suo corollario qual è il principio di determinatezza. Nello stesso tempo la proposta qui formulata, determinando una vera interruzione del tempo prescrizionale trascorso, seguita dalla ripresa di un conteggio temporale di eguale durata di quello proprio del reato, consentirebbe allo Stato di disporre di tutto il tempo necessario per rendere effettive le sanzioni. Superfluo aggiungere che molte altre soluzioni egualmente efficaci sono prospettabili. Vale la pena raggiungere la meta per mezzo di un viottolo scosceso e a strapiombo quando poco più in là vi è una comoda scaletta con solido corrimano?