Solo un intellettuale folle, uno che ha toccato il carcere da dentro, pur avendone da sempre conoscenza per cultura e propensione all’ascolto, avrebbe potuto scrivere un romanzo di vita e di morte, che prende il lettore e lo fa prigioniero, lasciandogli poche speranze di avere la sua uscita di sicurezza. Chiarendo che di lì non si esce. Loris Cereda c’è riuscito. Direttore da sempre di aziende farmaceutiche, è finito a Bollate nel 2011, quando contro ogni previsione e a capo di una lista civica aveva sconfitto la sinistra del governo locale ed era diventato sindaco di Buccinasco, quella cittadina appiccicata a Milano che gli amici di Travaglio chiamano la “Platì del nord”. Perché lì ci sono le famiglie Barbaro e Papalia.

Diverse generazioni con diverse storie. E già il giovane sindaco era stato preso di mira perché un giorno aveva ricevuto nel suo ufficio, senza segreti e sotto gli occhi di tutti, uno di quei giovani con il cognome sbagliato. Era uno decisamente molto scorretto, politicamente, quel sindaco. Poi qualcuno aveva cominciato ad andare dai carabinieri, un po’ con la logica del “cercate cercate, qualcosa salterà fuori”. Così Loris Cereda è stato ammanettato di colpo una mattina, con impiego di forze ed elicotteri, un paese intero messo a soqquadro, come se si fosse trattato di un capomafia.

Invece la ‘ndrangheta non c’entrava niente. Ma c’entravano molto i rischi che si corrono ad amministrare la cosa pubblica. E infine è stato condannato per fatti molto presunti e molto politici e mai del tutto chiariti. Tiene molto al suo ruolo di “pregiudicato”. Non ha scritto un saggio e neanche una lagna o una protesta, ma un romanzo un po’ agghiacciante. Il libro (L’Educatore, ExCogita, 170 pagine, 16 euro) è nato in gran parte in carcere. Il primo pugno nello stomaco te lo dà prima ancora di introdurti alla storia di Claudio Bassetti, un tizio neanche tanto simpatico, che di mestiere fa l’educatore nel carcere più aperto d’Italia e che, a quanto dice lo scrittore, non c’entra niente con quello che lui ha incontrato a apprezzato da detenuto a Bollate. Parla subito di pena di morte e di suicidio, e con lucida precisione certosina ti spiega come si fa a morire in carcere, pur in un Paese dove la pena capitale è stata da tempo abolita.

«L’impiccagione alla branda del letto a castello con il lenzuolo legato a cappio, il taglio longitudinale delle vene eseguito con il filtro della sigaretta, scaldato e poi compresso per farne una lama sottilissima, il soffocamento, con il sacchetto di plastica dopo essersi tramortiti con dosi massicce di ansiolitici raccolti giorno dopo giorno dall’infermeria e conservati sfidando le notti insonni: sono tutti strumenti di morte molto più diffusi delle camere a gas, delle sedie elettriche e delle iniezioni letali». Claudio Bassetti è un po’ come si immagina debba essere il bravo educatore, quello disponibile, che capisce il detenuto, quello che non lo identifica con il reato. Ma è anche un uomo molto solo, senza amici, che ha una relazione sentimentale con una donna che vive con un altro uomo, e non riesce a corteggiarne in modo adeguato un’altra che forse gli piace più della prima ma che, quando capisce, chiarisce che no, non ha intenzione. Una vita sempre uguale, in cui i colloqui tra l’educatore e i detenuti parlano sempre dei comportamenti. Ogni carcerato sa che il suo futuro dipende dalla relazione che l’educatore farà al direttore e in seguito quest’ultimo al magistrato che deciderà su misure alternative, liberazione anticipata e ogni provvedimento che avrà il sapore della libertà.

La vita a Bollate è un po’ come ce la si immagina: celle aperte, corsi di ogni tipo, anche di scrittura, filosofia finalizzata al famoso recupero del detenuto secondo il dettato costituzionale. Un luogo, sul piano teorico, di non violenza. Un paio di volte il racconto è attraversato dal fantasma di Marco Pannella, quando si apprende che è malato, e quando muore, e i detenuti delle carceri di tutta Italia battono per tutta la notte con le pentole sulle inferriate delle celle e piangono colui che li aveva aiutati di più, che aveva creduto nel loro essere persone e non bestie feroci. Anche i più feroci, quelli che avevano sparato e ucciso. Anche loro avevano pianto, quella notte.

Il paradosso di questa storia di vita e di morte è che la violenza, quella che sarà determinante per il resto dei suoi giorni, Claudio Bassetti la incontra fuori dal carcere. Quando l’uomo della sua donna, quello ufficiale, la riduce una maschera di sangue e lividi e sarà lui a portarla all’ospedale. Lui che forse non ne è neanche innamorato, ma che nella quotidianità del carcere ha costruito minuto dopo minuto il suo mondo di dignità, di regole e di giustizia. Ma è giusto quel che un uomo ha fatto colpendo una donna? E quella donna, si domanda Bassetti, avrà mai una vera giustizia? La risposta è no, e lui lo sa, è obbligato a saperlo.

È così – forse anche con la memoria a quel che gli diceva il detenuto Amedeo Fassi (intellettuale e farmaceutico, in cui è facile riconoscere l’Autore), quando contrapponeva il comportamento trasgressivo alla non accettazione di una legge sbagliata – che l’Educatore diventa il Vendicatore. Ed entrerà di colpo nella sua seconda vita, quella dall’altra parte. Quella in cui sarà il suo comportamento a esser giudicato, esaminato, vivisezionato. Quella in cui le sue relazioni con i detenuti saranno nella cella con i letti a castello, nella quotidianità del cucinare, del leggere, dello scrivere, dell’andare a rapporto con un altro educatore. Quella in cui ogni giorno ci sono in gioco la vita e la morte, fino a quel corpo semi-appeso e il suo tragico “c’eri cascato, eh?”.

L’Educatore ha ricevuto nel 2017 il premio “Bormio contea” per gli inediti, all’interno della Milanesiana ed è stato selezionato quest’anno, dopo la pubblicazione, al concorso Masterbook per gli studenti dello Iulm. È in vendita online e nelle librerie. Non è un libro da ombrellone, ma magari anche sì.