La Consulta ha dichiarato incostituzionale una legge del 2012 (governo Monti, maggioranza larghissima) la quale prevedeva che i condannati in via definitiva per mafia e terrorismo che godono del diritto alle misure alternative al carcere non possano ricevere trattamenti assistenziali, tipo la pensione sociale, o l’assegno di disoccupazione, o (dopo il 2018) il reddito di cittadinanza. La legge era una delle tante varate in questi anni per dare un po’ di soddisfazione al fronte sempre molto ampio dei giustizialisti. Senza stare tanto a guardare ai principi della civiltà e allo Stato di diritto. E sulla base di questa legge, recentemente, si erano aperte varie polemiche perché si era scoperto che alcuni ex esponenti della lotta armata ricevevano il reddito di cittadinanza.

Diversi giornalisti, e poi politici, e poi intellettuali vari, tutti molto attenti ai problemi della morale di Stato, avevano protestato e in alcuni casi avevano ottenuto la sospensione dell’assistenza. Il principio al quale si ispiravano era semplice: “Tu hai commesso un delitto e quindi non hai diritto a niente. L’assistenza è la tua unica fonte di sostentamento? Chissenefrega, muori di fame. Potevi pensarci prima…” Se ci pensate bene, in effetti, è stato proprio sull’espandersi di questo tipo di ideologia (che ha sostituito le vecchie e bolse ideologie comuniste, o socialiste, o repubblicane, o cristiane, o liberali, o persino fasciste…) che è nato e si è radicato così fortemente il movimento Cinque Stelle. Pochi dirigenti di spessore, pochi programmi, poca cultura ma un’idea ben radicata: noi siamo i giusti e puniremo gli ingiusti. La legge n. 92 del 2012 che condannava alla “pena accessoria” della fame un certo numero di ex detenuti, comunque, è precedente all’exploit elettorale dei 5 Stelle, che è dell’anno dopo.

Chi approvò questa legge, a grande e baldanzosa maggioranza, probabilmente non aveva letto la Costituzione, oppure quel giorno del voto se l’era un momento fatta passare di mente. E così è successo che qualche giudice serio (sì: esistono, sono anche parecchi…) ha rinviato la questione alla Consulta, la quale ha affidato il problema alla sapienza di un vecchio leader politico e professore e governante: Giuliano Amato. Il quale non ha avuto molti dubbi. Ha spiegato – trovando il consenso della maggioranza degli altri membri della Corte – che la legge 92 è in aperto contrasto con gli articoli 3 e 38 della Costituzione. Andiamo a controllare. Dice l’articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Chiaro? Tutti uguali. La Costituzione non prevede la distinzione tra Giusti e Ingiusti, tra Perbene e Reprobi. E precisa: senza distinzione di condizioni personali e sociali.

Ammettiamo pure che i parlamentari che approvarono quella legge avessero qualche difficoltà a capire il senso e la lettera dell’articolo 3. La Consulta propone loro anche l’articolo 38. Eccolo: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”. In effetti credo che questo sia uno degli articoli meno conosciuti della nostra Carta. Vabbé. Non tutti possono stare lì a ripassare tutti i giorni la Carta, ovvio. Per fortuna c’è il dottor Sottile -Amato lo chiamavano così – che ogni tanto offre una rinfrescata. E ristabilisce dei principi fondamentali della civiltà. C’è scritto nella sentenza: il fatto che alcuni cittadini abbiano rotto il patto di convivenza civile, commettendo dei delitti, non autorizza lo Stato a rompere a sua volta il patto con una ritorsione.

Vedete: alle volte, leggendo queste sentenze, ci sembra quasi quasi di vivere in un paese civile. E invece… E invece magari è solo un’illusione.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.