Lo scaffale
Antifascismo ed europeismo uniti nella lotta di Colorni
«Raccontare Colorni significa raccontare un modo di stare al mondo, in cui l’amore, l’amicizia, la militanza, lo studio e il rischio personale sono parte di un unico movimento», scrive Massimiliano Coccia in questa bellissima biografia di Eugenio Colorni (“Eugenio Colorni – Per un’Europa libera e unita”, prefazione di Liliana Segre, Giuntina), martire antifascista, grande intellettuale, noto soprattutto per essere stato tra gli estensori del famoso “Manifesto di Ventotene”. Coccia coglie bene l’unità della personalità di Colorni, insieme uomo di pensiero e di azione. Un pensiero vasto, dalla filosofia alla fisica alla psicanalisi, coniugato lungo un filo coerente con la militanza sul campo: «Non è stato un filosofo che, incidentalmente, prese parte alla lotta antifascista, né un militante che coltivò la filosofia come ornamento della propria identità politica». Disgraziatamente l’esistenza di Colorni, dirigente socialista nella Roma occupata, venne stroncata dai fascisti della famigerata banda Koch pochi giorni prima dell’arrivo degli americani nella Capitale.
Scrisse l’Avanti il 5 giugno 1944: «Il 28 maggio il compagno Eugenio Colorni, redattore-capo del nostro giornale, si recava da via Salerno in piazza Bologna, nei cui pressi era convocata una riunione del nostro gruppo militare, quando si accorse di essere seguito. Dopo alcuni tentativi infruttuosi di eludere gli sgherri che lo aspettavano, come si è saputo dopo, della banda Caruso-Koch, il compagno Colorni li ha affrontati domandando cosa volessero. “Voi andate ad una riunione, ditemi dove è e non avrete noie”, gli si è risposto. Colorni ha alzato le spalle in segno di disprezzo, è stato spinto verso un portone, ha cercato di svincolarsi, gli assassini hanno sparato ed il nostro compagno si è abbattuto in un lago di sangue. Aveva ricevuto sei pallottole di cui una aveva trapassato l’addome. Trasportato all’ospedale di San Giovanni, l’indomani mattina alle 8,30 è spirato. L’ultima parola intelligibile che è uscita dalle labbra è stata “Ricordatemi ai miei parenti, ai miei amici, specialmente ai miei amici”».
Disse ai funerali Pietro Nenni che sarebbe diventato uno dei massimi capi del socialismo italiano, e c’è da credergli. Colorni, chissà perché, è meno noto di altri grandi antifascisti. Forse proprio perché morì giovane e non poté essere protagonista della vita democratica. Invece fu non solo un uomo coraggiosissimo ma, come detto, un grande pensatore. Egli esercitò kantianamente lo strumento razionale della critica: «Se la scienza deve essere liberata dalle illusioni realistiche e finalistiche, la politica deve liberarsi dalle teleologie salvifiche che pretendono di spiegare la storia come un processo necessario», spiega Coccia. Quando arriva al confino ha alle spalle già molta militanza nei gruppi antifascisti. «Ventotene, sola in mezzo ai venti della storia, una piccola patria in mezzo al mare. Eugenio Colorni vi arrivò tra il 5 e il 6 gennaio del 1939». Lì, contrariamente a quanto avrebbe desiderato il regime, gli antifascisti non facevano fatica a conoscersi tra loro, stringevano amicizie, crescevano intellettualmente insieme. Eugenio incontra Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, i tre che scriveranno il “Manifesto per un’Europa federale”: se ne discute ancora oggi.
Con Spinelli l’amicizia e il sodalizio intellettuale sono molto forti: «Sono talmente immersi nelle loro discussioni – racconta Coccia – che il giorno non gli basta e di notte i loro dialoghi proseguono in forma scritta, utilizzando la “maniera platonica”. Spinelli prende il nome di “Severo” e Colorni quello di “Commodo”. Scrivono di questioni tra le più disparate, dal significato della morte all’amore passando per la libertà, la filosofia, il mondo che vorrebbero costruire dopo la fine del fascismo». Con Ernesto Rossi nel ’41 redigono il “Manifesto”, fissando un nuovo traguardo storico e per così dire complementare a una certa idea democratica del socialismo, fissando un obiettivo per coloro che «avranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopreranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale». Eugenio proseguirà poi la riflessione al confino in Basilicata restando sempre in contatto con la realtà del Paese. Poi a Roma lavora in clandestinità nel Psi, all’Avanti. Non sa che la fine è vicina. Anni durissimi. Scrive Liliana Segre nella prefazione: «Li ricordo quei tempi. E ricordo quanto remote potessero apparire allora giustizia e libertà. Colorni seppe vedere lontano. E assunse la responsabilità, fino al sacrificio consapevole della vita, perché quella utopia potesse farsi, per tutti, realtà».
Massimiliano Coccia è tornato per il suo libro nelle strade di Roma dove il dirigente socialista fu ferito a morte, all’epoca zona popolare, di per sé un po’ grigia, forse per la vicinanza con il grande cimitero del Verano. «Il barista vedendomi intento a fotografare e prendere appunti, preoccupato forse, mi chiede di cosa mi occupo. Gli rispondo che sto effettuando una ricerca su Colorni. Lui mi guarda e sospira: “Quelli sì che erano gente seria, mica come quelli de oggi”». Difficile dargli torto.
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