C’è un problema reale che va messo in evidenza rispetto al dibattito che si è nuovamente acceso, nei giorni scorsi, in merito all’articolo 18. Esiste un vuoto normativo, un vulnus costituzionale, che va colmato, in relazione alla sentenza della Consulta 194 dell’8 novembre 2018, che ha dichiarato “incostituzionale il criterio di determinazione dell’indennità spettante al lavoratore ingiustamente licenziato ancorato solo all’anzianità di servizio”: le cosiddette “tutele crescenti”. Questa tematica investe, infatti, un diritto costituzionale che va tutelato: non essere licenziati arbitrariamente.
Vediamo i fatti. Come è noto, con il Contratto a tutele crescenti il Jobs Act ha cancellato la reintegra nel posto di lavoro sostituendola con un meccanismo di indennizzo progressivo in base all’anzianità aziendale. La Corte Costituzionale, con la sentenza citata, ha cancellato sia l’automatismo che rendeva preventivamente calcolabile la sanzione in forma di indennizzo per licenziamento illegittimo, sia il ridimensionamento del ruolo del giudice a protezione del lavoratore.

Tuttavia, permane la tutela di carattere esclusivamente economico, senza possibilità di reintegra, lasciando alla decisione del giudice la sola valutazione dell’importo dell’indennizzo per il lavoratore nell’ambito delle 36 mensilità assunte come tetto massimo del risarcimento. Secondo la Corte, resta tuttavia sbilanciato il rapporto tra l’interesse dell’impresa e il diritto alla stabilità del lavoro, così come tutelato dagli articoli 4 e 35 della Costituzione. A giudizio di alcuni giuristi il bilanciamento proposto dalla Corte tra libertà di iniziativa economica e di organizzazione dell’impresa e diritto alla tutela del lavoratore, lascia un vuoto significativo in merito ai criteri di determinazione del danno subìto con la perdita del posto di lavoro.

La situazione, dunque, oggi è confusa e richiede un serio intervento legislativo. Intervento che deve partire dal principio costituzionale che garantisce il diritto a non essere licenziati arbitrariamente, in primo luogo per non essere privati dell’occupazione. Inoltre, il meccanismo della legge è strutturato in modo tale da non prevedere una sanzione ragionevole e adeguata sotto il profilo monetario, che contrasta anche con il principio espresso dall’articolo 24 della Carta Sociale europea: un nucleo di tutela che non può essere ignorato. Su questo assunto va impostato un serio dibattito politico la cui soluzione può comprendere la reintroduzione della reintegra o, in alternativa, una “indennità” di disoccupazione a carico del datore di lavoro rapportata all’ultima retribuzione dovuta e fino a una nuova assunzione, come propongono i professori Paola Saracini e Lorenzo Zoppoli, docenti di Diritto del Lavoro, rispettivamente, presso le università del Sannio di Benevento e Federico II di Napoli.

Dunque, è la realtà che dovrebbe ispirare il dibattito politico e non i simulacri ideologici. Ora, non c’è niente di più sterile di un dibattito tra i sostenitori e i detrattori dei cosiddetti “totem”; fatto di reciproci anatemi. Questo, perché quei totem stessi, tra questi il Jobs Act – sono stati superati dalla realtà. Riferirsi alle eque tutele in relazione ai licenziamenti illegittimi semplicemente sostenendo la necessità di reintrodurre l’articolo 18 “versione 1970” o magnificare i risultati del Jobs Act in base alle statistiche sul calo dei licenziamenti, che non tengono conto dell’aumento della precarietà nel mondo del lavoro, è inutile e fuorviante.

E dalla realtà dobbiamo anche avere il coraggio di apprendere qualche lezione politica. Il Jobs Act, che è stato il tentativo maldestro di riformare il mercato del lavoro modificandone il relativo Diritto, è stato un insieme di provvedimenti che ha lacerato il Paese e, in particolare, il rapporto tra il Partito Democratico e il mondo del lavoro, provocando grandi conseguenze negative sul piano della rappresentanza politica.