Politica
AscoltaMi, il voucher da 250 euro per gli studenti: ma lo psicologo è come il modello lotteria
Valditara ha attivato il servizio che comprende un voucher da 250 euro per cinque colloqui online riservato agli studenti dell’ultimo anno delle medie e del primo biennio delle superiori, con l’obiettivo di raggiungere circa 35.000 studenti quest’anno
Tra la raccolta firme per il referendum che punta ad abrogare la legge Valditara sull’educazione sessuo-affettiva e gli stereotipati dibattiti su chi debba parlare ai ragazzi di affettività, una figura è rimasta fuori dalle classi: lo psicologo. Il ministro Valditara, difendendo la legge 104/2026, ha indicato con precisione chi dovrebbe occuparsi di questi temi: «Professionisti seri: psicologi, medici, docenti universitari». Ma, come in uno strano gioco di prestigio, questa figura nella scuola non esiste.
Dal 28 maggio il Ministero ha attivato il servizio “AscoltaMI”, un voucher da 250 euro per cinque colloqui online, riservato agli studenti dell’ultimo anno delle scuole medie e del primo biennio delle superiori, con l’obiettivo dichiarato di raggiungere circa 35.000 studenti quest’anno. Chi svolge i colloqui di AscoltaMI, però, non entra mai nell’istituto, non incontra gli insegnanti e non conosce la storia di quella classe. Chi ha concepito questo ossimoro pensa forse che il disagio si presenti con garbo, chiedendo magari un appuntamento? E poi c’è il modello lotteria: “Venghino, ragazzi, venghino: chi arriva primo vince”. I criteri di riparto regionale — popolazione scolastica, svantaggio socioeconomico, fragilità negli apprendimenti — sono accurati solo sulla carta. Dentro ogni regione, infatti, le domande vengono accolte in ordine cronologico, fino a esaurimento dei fondi.
Con appena 36.000 voucher disponibili in tutta Italia, il servizio finisce così per selezionare gli studenti sulla base della rapidità e della dimestichezza digitale delle famiglie: un criterio quasi opposto al bisogno che quei fondi dovrebbero contribuire a colmare. Il Ministero disegna una griglia attenta alla fragilità e poi lascia che, nell’accesso reale al servizio, quella fragilità venga completamente ignorata. A complicare ulteriormente le cose, servono tre passaggi tecnici — l’identità digitale del genitore, quella dello studente e, in alcuni casi, una richiesta alla segreteria per ottenerla — prima ancora di poter prenotare il primo colloquio. Il nodo più critico riguarda però chi può, materialmente, chiedere aiuto.
La domanda e il consenso informato sono infatti in capo a chi esercita la responsabilità genitoriale: senza questo passaggio, non si entra nel servizio. È un meccanismo che rischia di escludere proprio le situazioni più delicate: sia chi ha il problema dentro casa, sia chi non vuole che in casa si sappia. Una persona di quattordici anni, in crisi per un grave conflitto familiare, dovrebbe chiedere proprio a chi è parte di quel conflitto di firmare l’autorizzazione per essere ascoltata. In una scuola dotata di un presidio psicologico, invece, quella stessa persona potrebbe essere intercettata senza dover prima chiedere il permesso a chi potrebbe essere parte del problema. Davvero bastano cinque incontri per comprendere il disagio di una generazione? Davvero bastano 18 milioni di euro per colmare vuoti che sono prima di tutto umani ed esistenziali?
In Canto di me stesso, Walt Whitman scrive: «Forse che mi contraddico? Benissimo, allora vuol dire che mi contraddico. (Io sono vasto, contengo moltitudini)». Il problema è che quelle moltitudini sono anche il disagio che non viene intercettato. E un servizio che si chiama AscoltaMI, ma che rischia di trasformarsi in “escludiMI”, sembra proprio l’ennesima occasione persa. E non è un bene.
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