Era inevitabile che la proposta di creare una Camera arbitrale islamica a Padova avrebbe sollevato un vespaio. Tuttavia, all’atto pratico, di che si tratta? Lo abbiamo chiesto a Yahya Sergio Yahe Pallavicini, Vicepresidente della Comunità Religiosa Islamica Italiana (Coreis).

Imam Pallavicini, come giudica l’iniziativa?
«In linea generale, ogni impegno che cerchi di superare una situazione di stagnazione e immobilismo può essere positiva. In questo caso, però, prevalgono gli interrogativi. Non è chiaro chi siano i promotori, quale autorevolezza e quali competenze possiedano, né soprattutto che cosa intendano per arbitrato islamico. Per queste ragioni considero l’iniziativa azzardata».

L’amministrazione della giustizia spetta esclusivamente allo Stato. Non è così?
«Certamente. La giustizia è una sola ed è amministrata dallo Stato laico. Dobbiamo evitare la nascita di tribunali paralleli e sistemi giudiziari alternativi, soprattutto quando vengono presentati sotto un’etichetta islamica dai contorni poco chiari. Questo non significa negare che le confessioni religiose possano avere proprie norme interne. Esistono il diritto canonico e i tribunali rabbinici. Una giurisprudenza che regoli aspetti specifici della vita religiosa, senza porsi in alternativa all’ordinamento statale, non rappresenta di per sé un problema. Il rischio nasce quando, in assenza di un interlocutore riconosciuto e affidabile dell’islam italiano, qualcuno si attribuisce autonomamente il ruolo di arbitro di un presunto diritto della sharia».

In Paesi come Regno Unito, Francia e Belgio si discute da tempo dell’esistenza di organismi che applicano la sharia. L’Italia è ancora lontana da questo fenomeno?
«Ci auguriamo di sì. Ed è uno scenario che dobbiamo assolutamente evitare. Ma il problema è a monte. In Italia manca ancora un interlocutore istituzionalmente riconosciuto che possa rappresentare in modo autorevole i musulmani e contribuire all’organizzazione del culto. Questa iniziativa sembra essere una reazione all’immobilismo, ma non si può pensare di colmare un silenzio istituzionale partendo dalla creazione di tribunali islamici dei quali non conosciamo nemmeno le competenze».

Di che cosa dovrebbe occuparsi questo tribunale?
«Bisognerebbe chiederlo ai promotori. Posso soltanto osservare che, nelle altre confessioni, gli organismi religiosi si occupano di aspetti complementari al diritto dello Stato: il matrimonio religioso, le celebrazioni funebri e altre questioni legate all’esercizio del culto. Non si tratta di sistemi alternativi, ma di dimensioni della fede che trovano spazio all’interno di un quadro giuridico riconosciuto e trasparente. Il rapporto tra il rabbinato e lo Stato italiano, così come quello con la Chiesa cattolica e le altre confessioni religiose, si fonda su regole e interlocuzioni definite. È questa la strada da seguire».

Quali rischi si corrono quando iniziative di questo genere nascono senza un riconoscimento istituzionale e senza regole trasparenti?
«Aggravare una situazione già poco chiara. Invece di colmare il vuoto esistente, si finisce per addensare nuove ombre».

In queste zone d’ombra potrebbero svilupparsi anche realtà estremiste, jihadiste o addirittura terroristiche?
«Vedo due rischi distinti. Il primo è la manipolazione dell’islam per costruire una società alternativa, potenzialmente conflittuale con l’ordinamento dello Stato. Il secondo è la formazione di comunità chiuse, di veri e propri ghetti che, pur senza assumere necessariamente atteggiamenti violenti, finiscono per vivere secondo regole separate. È un problema che osserviamo anche nel Regno Unito, dove determinate realtà si sono progressivamente isolate dal resto della società. Vogliamo che i musulmani possano vivere pienamente la propria fede nel rispetto dell’ordinamento giuridico italiano, attraverso un’interlocuzione trasparente e costruttiva con le istituzioni».

Il Parlamento europeo ha approvato una raccomandazione contro l’influenza dell’estremismo islamico e dei Fratelli Musulmani. Come giudica questa posizione?
«Condivido la necessità di distinguere tra una rappresentanza religiosa credibile, onesta e pienamente inserita nella società europea e chi, invece, strumentalizza l’identità islamica per costruire una realtà parallela, alternativa e conflittuale. È questo il problema dell’ideologia dei Fratelli Musulmani».

Avatar photo

Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).