L'intervista
Astensionismo galoppante, De Mita: “L’assetto bipolare non funziona più”
L’astensionismo galoppante è il sintomo di una crisi strutturale della rappresentanza. Di fronte a un bipolarismo logoro e incapace di leggere la realtà, lo spazio per una forza autonoma di centro cessa di essere una manovra elettorale per diventare una necessità storica. Ne parliamo con l’onorevole Giuseppe De Mita, che traccia la rotta di “Base Popolare”: un cantiere aperto al pensiero liberale e riformatore per rimettere la persona al centro, sfidare la “fuga dalla libertà” dei populismi e rilanciare l’Europa, offrendo un’alternativa concreta in vista del 2027.
Onorevole De Mita, da anni la politica è condannata ai due poli. Perché oggi una forza autonoma di centro è una necessità storica e cosa significa essere “autonomi”?
«L’esigenza nasce da un dato empirico: quasi un elettore su due non vota, a riprova della profonda crisi della rappresentanza. Chi cerca alternative fa tentativi a vuoto, come se avesse perso il “medico di fiducia”. Non vogliamo organizzare un mero “terzo polo”, ma andare oltre questo stato delle cose. Essere autonomi significa avere una distinta cultura politica: non una “piccola patria” o un recinto, ma una cassetta degli attrezzi per leggere la realtà. Solo così soggetti realmente autonomi possono allearsi e costruire intese senza farsi schiacciare».
Lei richiama l’Articolo 3 della Costituzione e la necessità di rimettere la persona al centro. Che cosa vuol dire, in concreto, essere popolari oggi?
«Può sembrare un luogo comune, ma oggi rimettere la persona al centro è l’operazione più eversiva in assoluto. L’articolo 3 ci impone di rimuovere gli ostacoli alla libertà e alla partecipazione, un principio programmatico formidabile ma disatteso. Le istituzioni non sono solo macchine amministrative, ma lo strumento vitale con cui chi non è maggioranza può rappresentare e veder tutelata la propria posizione di fronte a chi governa».
Dopo la fine delle grandi ideologie, oggi riemerge il bisogno di identità. È possibile una sintesi tra il pensiero popolare e la cultura liberale?
«La storia ci chiede visioni culturali per difendere i diritti della persona. Assistiamo a quella “fuga dalla libertà” ben descritta da Erich Fromm: la libertà che genera solitudine spinge l’uomo verso chi offre sicurezze immediate. Contro questa deriva, in Italia la prossimità tra popolarismo e liberalismo è storicamente assoluta. Queste due culture, insieme a quella riformatrice, hanno oggi il dovere morale di rilanciare le fondamenta dei nostri sistemi democratici».
Se il popolarismo è una cultura fondativa dell’Europa, quale deve essere il ruolo di Base Popolare nel Partito Popolare Europeo?
«Nel PPE va aperta una discussione seria, prendendo atto che non navighiamo più in acque calme. Il partito deve ricostruire in maniera limpida le proprie ragioni culturali e noi siamo lì per spingere questo dibattito. L’elefante ormai è nel corridoio e la destra non è più un fenomeno marginale. Occorre coscienza storica: in Europa l’argine alla destra non l’ha mai costruito la sinistra, ma lo ha storicamente edificato il centro».
Cresce la domanda di sicurezza a discapito delle libertà. Sono i leader a radicalizzare la società o è la società impaurita a produrre certi leader?
«È una patologia delle democrazie liberali, un rischio che era già stato segnalato da Tocqueville. I leader radicali sono la conseguenza, non la causa, di una società polverizzata che da comunità si è fatta moltitudine. L’individuo, ormai disintermediato, avverte i legami come un limite e cerca il rapporto diretto con il potere. Si illude che cedere libertà garantisca sicurezza immediata, ma ignora che questo baratto porta inevitabilmente al soffocamento delle libertà stesse».
Che cosa deve avere di diverso questa nuova forza rispetto alle deludenti esperienze centriste del passato?
«Il centrismo del passato portava con sé un’inutile venatura nostalgica. Oggi, però, “il re è nudo”: l’assetto bipolare semplicemente non funziona, producendo solo inerzia sulle grandi sfide globali, dall’energia alla demografia. L’alternativa va costruita come un’intesa programmatica tra il mondo popolare, liberale e riformista. Non deve essere un’operazione di palazzo, ma un progetto che riparta dal dialogo con la società civile, offrendo un antidoto costruttivo all’astensione per le elezioni del 2027».
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