A ogni essere che nasceva, un tempo, la terra faceva discendere lo Zefiro fra due promontori: scuoteva mirti e capperi, alzava la sabbia, sollevava di peso le onde spingendole di corsa verso il largo. Il mare spariva lontano, lasciando nude le rocce del fondo. Poi lo Zefiro taceva, il mare tornava a casa, le onde si appiattivano, l’acqua diventava velluto e il frutto sorgeva dal grembo. Nojian, la nuova vita, levava i suoi strepiti e s’apparteneva al mondo.

Il mondo moderno, quello occidentale, invece, non le ha tutte queste cure, spesso gli sputa in faccia alla vita che gli viene incontro. Che poi, la vita nata morta dal ventre del carrello del Boeing 777 atterrato ieri sulla pista di Roissy, l’aeroporto di Parigi, era una vita d’inganno, già nata lontana, venuta in Francia a cambiare una terra con un’altra. Di lei si sa solo che è stata una vita, di lei rimane una spoglia senza età certa, senza un nome, un corredo di foto che sia stato famiglia, focolare, un intreccio d’affetti buono da ricordare, per sempre. Un piccolo corpo scuro che ha avuto gambe sane per montare nel vano del carrello di un aereo della Air France, sulla pista di Abidjan in Costa d’Avorio. Prima un nulla da immaginare, domani un loculo con su scritto inconnu arrivé du ciel, che suona meglio di sconosciuto arrivato dal mare, anche se il risultato è uguale: una lapide senza nome.

Un bambino che avrebbe voluto la Francia per Paese e si è infilato nel carrello dell’aereo più grande del mondo, in Francia ci è arrivato morto e la Francia sarà solo la sua tomba. E non può finire tutto così: sei o sette righe spazzate via in fretta da tragedie che sembrano più grandi. Non può finire così un dramma che apparentemente è singolo, ed è il dramma di un popolo, quello condotto dal Ghana, dalla regina Abla Pokou, che donò suo figlio agli spiriti del fiume per salvare gli altri e ottenere dal Como di essere attraversato. Tutti quei figli, la regina li vide sbranare dai coloni europei, ne vide diviso il sangue in sessanta etnie, vide i fratelli non riconoscersi più, diventare Mandés, Gur, Krous, Akan. Un unico corso si frantumò in talmente tanti rivoli che ancora nessuno ha trovato la magia buona per riunirli.

Una piccola vita è finita dentro un carrello in cui non c’era pressurizzazione e le paratie d’acciaio non potevano fermare un gelo di meno 50 gradi sopra i 9.000 metri di altitudine. Questa e le altre vite giovani, che in Costa d’Avorio sono più del 50% della popolazione, lasciano un posto che è Paese e non riesce a tornare Nazione. Scappano perché non hanno radici buone a fargli vincere lo spaesamento, e non ci credono nel futuro della Costa d’Avorio, si rassegnano a cercarlo altrove. E come lo si può immaginare un minuscolo cuore che batte violento nel petto di un bambino per l’ebbrezza del volo, eccitato dal miraggio di un approdo, rallentare di colpo dopo l’abbrivio, e arrendersi alla fine del sogno, senza che ci sia stato un risveglio. La sua vita sarà anonima solo per l’Occidente, certo lo amavano tutti i 3.000 bambini di strada del quartiere d’Adjané. Di sicuro l’ha amato la regina Abla Pokou, che continua a sacrificare una parte dei suoi figli al fiume, continuando a sperare di salvare gli altri. La speranza è che nessuno di quelli che lo hanno voluto bene ne conosca la fine. E che a nessuno venga più in mente di infilarsi in un carrello d’aereo e rappresentare, per le autorità, solo una faglia del sistema di sicurezza.