Lo scaffale
“Bauhaus” di Gianfranco Di Fiore, il diario di uno sconfitto su un’isola
“Bauhaus”, l’ampio romanzo di Gianfranco Di Fiore (edito da Readerforblind), è il diario di un esilio che non ha nulla di epico e nulla di consolatorio.
È piuttosto l’anatomia di una disfatta interiore, raccontata con quella lucidità tipica di chi ha perso. Il Narratore, non c’è niente da fare, è un perdente che annota con maniacale precisione le ragioni della sconfitta fino a, se non a un compiacimento, uno sfinimento esistenziale. Il protagonista del romanzo approda in un’Irlanda grigia e piovosa, e già l’ambientazione esterna fa corpo con lo sfilacciamento interiore e, in opposizione alla luce abbacinante della Campania natale, quell’isola si offre come uno specchio impietoso: non un semplice scenario. È lì, in quella latitudine rarefatta e sospesa, che l’esilio smette di essere una circostanza geografica e diventa una condizione umana.
A quarant’anni – età in cui le illusioni dovrebbero avere già imparato a declinare – il protagonista è uno scrittore disoccupato, stanco, emigrato più per necessità che per vocazione. L’accoglienza del cugino, nella grande villa di Enniskerry, possiede fin dall’inizio la qualità ambigua delle ospitalità che chiedono qualcosa in cambio: e la convivenza si trasforma presto in una liturgia claustrofobica, regolata da ossessioni domestiche e silenzi carichi di rancore, in cui ogni gesto quotidiano assume il peso di un giudizio morale.
Da quella casa promana fallimento. Lavori precari, tentativi di integrazione che si sbriciolano al primo urto con la realtà, solidarietà intermittenti tra immigrati che scambiano il calore umano come una valuta instabile. L’isola si rivela un laboratorio di contraddizioni, un luogo in cui la promessa di rinascita convive con la tentazione costante della resa. Eppure, nel cuore di questa geografia dell’alienazione, resta un nucleo che fa da rimedio: la scrittura. Perciò scrivere diventa un atto di resistenza, un modo per dare forma alla propria dispersione e, forse, per nobilitarla. “Bauhaus” è un tipico romanzo che va letto più che raccontato, un’opera in cui introspezione e speranza si contendono la scena, e in cui la voce narrante, con eleganza, trasforma la propria sconfitta in una forma di conoscenza.
© Riproduzione riservata






