Il menu mediorientale negli ultimi giorni sta diventando sempre più ricco a causa di alcuni avvenimenti importanti. L’inviato americano, nonché genero di Trump, Jared Kushner, è volato in Egitto l’altro ieri per incontrare il capo di Hamas, Khalil al-Hayya, che recentemente ha negato in un’intervista che Hamas il 7 ottobre abbia ucciso civili, e altri esponenti dell’organizzazione terroristica palestinese. Hanno partecipato anche i responsabili del Board of Peace, Nikolai Mladenov e Tony Blair, in qualità di consigliere del Board of Peace, e rappresentanti di Egitto, Qatar e Turchia.

Kushner ha fatto pressione affinché Hamas rispetti l’impegno al disarmo, come previsto dalla seconda fase del piano Trump per Gaza. Ma, furbescamente, Hamas pretende che l’IDF effettui contestualmente il ritiro graduale da Gaza, come stabilito dai quindici punti che regolerebbero l’attuazione del piano. Israele non ci sta e ha rigettato i quindici punti perché esige il disarmo di Hamas prima di qualsiasi ricollocazione dell’esercito israeliano. Impossibile fidarsi di Hamas. Mentire è la loro storia e sarebbe troppo rischioso per lo Stato ebraico.
Nel frattempo Israele continua con gli omicidi mirati di terroristi nella Striscia di Gaza e l’altro ieri ha ucciso due terroristi della Jihad islamica a Khan Yunis e a Nuseirat. Ieri Kushner, Blair e Mladenov hanno incontrato Netanyahu a Gerusalemme per cercare di sbloccare la situazione, continuando a esercitare pressioni su Israele per procedere alla seconda fase del piano Trump. Bibi, sul disarmo di Hamas come precondizione a qualsiasi passo da parte di Israele, è irremovibile e a poco servono le rassicurazioni del Board of Peace sul futuro di Gaza senza Hamas.

I colloqui si sono concentrati sulla ricerca di un’altra modalità di attuazione del piano, ma è difficile credere che Hamas rinunci realmente al proprio potere a favore di un governo tecnocratico palestinese. Non si capisce perché dovrebbe accettare di sua volontà il proprio suicidio politico e militare. E lo Stato ebraico non può accettare che facciano parte della forza internazionale di stabilizzazione truppe di Paesi che, di fatto, strizzano l’occhio più o meno apertamente ad Hamas e minacciano Israele. Troppe questioni devono essere risolte prima di una vera svolta positiva per Gaza.

In questa situazione si aggiungono le dichiarazioni di qualche giorno fa del ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, che durante un’intervista condotta dall’ex ostaggio Rom Braslavski ha dichiarato che bisognerebbe aumentare gli omicidi mirati a Gaza nei confronti dei terroristi fino a 30-40 a notte e non ridurre l’intensità delle operazioni militari dell’IDF, ponendosi così in forte dissenso nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu. Bisogna però ricordare che Ben-Gvir non ha poteri sull’esercito israeliano e non può quindi ordinare attacchi militari.

La risposta di Teheran non si è fatta attendere, tramite il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi, che ha invocato una responsabilità penale internazionale per Ben-Gvir, accusando, tanto per cambiare, Israele di pulizia etnica, genocidio ed espulsione dei palestinesi di Gaza a favore di una totale colonizzazione della Striscia, ed esortando gli Stati musulmani all’unione contro lo Stato sionista. Queste dichiarazioni arrivano forse non a caso adesso che sono scaduti i 60 giorni del memorandum d’intesa. Ci si prepara forse a un terzo round tra Israele, Stati Uniti e Iran?

In Israele, contemporaneamente, la campagna elettorale è sempre più aspra tra maggioranza e opposizione. La dichiarazione di Ben-Gvir va contestualizzata anche in questo senso. Le elezioni si terranno il 27 ottobre prossimo e ogni mezzo è considerato lecito per assicurarsi qualche seggio in più in Parlamento.
La dichiarazione pubblica del parlamentare arabo-israeliano moderato Mansour Abbas, a capo del partito Ra’am, che fece parte del governo Bennett-Lapid del 2021 ma è stato anche corteggiato pubblicamente da Netanyahu, ha lasciato di stucco: «Non avete alcun diritto sulla moschea di Al-Aqsa, né sul Muro del Pianto, né sulla città di Gerusalemme. Siete degli intrusi in questa terra».
Gli israeliani hanno di che meditare prima di andare alle urne tra poco più di un mese.