Ci sono anniversari che non appartengono soltanto alla memoria. Appartengono al presente. E quello di Marco Biagi è uno di questi. Ventiquattro anni dopo l’agguato di via Valdonica, Bologna si è fermata per ricordare il giuslavorista assassinato dalle nuove Brigate Rosse il 19 marzo 2002. Ma il punto non è soltanto il ricordo. Il punto è il clima. E le parole pronunciate ieri da Lorenzo Biagi, figlio del professore, suonano come un allarme netto. Riflessioni amare, quelle di chi ricorda Marco Biagi, che non a caso arrivano a tre giorni dal voto per un referendum garantista importante come quello del 22 e 23 marzo.

«Sono tempi molto difficili e pericolosi. È comparsa anche una scritta a Bologna, in via del Pratello, inneggiante alle Brigate Rosse. Il clima non è certo dei migliori e ricorda molto quello di quando mio padre è stato ucciso, e prima di lui Massimo D’Antona nel 1999». Non è una frase rituale. È la presa d’atto che nel corpo del Paese, ancora oggi, si muovono tossine antiche. E che il veleno dell’odio politico, quando torna a circolare, non va mai sottovalutato.

Per questo Lorenzo Biagi ha aggiunto ciò che la politica dovrebbe scolpire nella pietra: «È necessario e fondamentale che tutta la politica si unisca a livello nazionale contro questi pericoli, evitando che questo odio venga cavalcato da qualche estremismo politico». Eccolo il punto. Il terrorismo non nasce nel vuoto. Cresce dove l’odio viene giustificato, vezzeggiato, strumentalizzato. Dove si legittima il linguaggio del nemico assoluto. Dove il riformista diventa il traditore, il modernizzatore il bersaglio.

La cerimonia di San Lazzaro di Savena ha avuto la sobrietà delle occasioni vere. La sindaca Marilena Pillati, con la fascia tricolore, ha accolto in piazza Marco Biagi — quella piazza che porta il nome del «professore universitario, giuslavorista, coraggioso riformista», come recita la targa — il figlio Lorenzo, la moglie Marina Orlandi, la sorella Francesca Biagi e Giulio Venturi, consigliere comunale e nipote del professore. Non c’era soltanto la famiglia. C’era una comunità civile che, dopo anni di ambiguità, sembra avere finalmente capito che Biagi non fu vittima collaterale di una stagione. Fu il bersaglio scelto di un odio ideologico preciso.

Lorenzo ha ricordato il padre anzitutto come padre. Ed è forse questo il modo più giusto per sottrarlo alla retorica imbalsamata delle commemorazioni. «Tengo molto a ricordarlo sempre, anzitutto come padre. Mi piace portare avanti la sua memoria intervenendo come accaduto ieri alle scuole Carducci, un incontro meraviglioso. Parlo alle scuole di chi era mio padre e di altre figure prima di lui, che hanno perso la vita a causa del terrorismo, come Massimo D’Antona». È una lezione civile, prima ancora che storica. Perché la memoria, se non diventa educazione, finisce in cerimoniale.

Francesca Biagi ha colto con lucidità il senso di questi giorni. «Tutta la città si è stretta intorno a noi, in questi momenti, in maniera sempre più grande e luminosa. Sono passati 24 anni, ma il valore delle idee di Marco non si è disperso. Marco guardava avanti e oltre, troppo lontano. Ecco perché non è stato capito, nel momento in cui è stato colpito. Ma appunto le sue idee continuano a vivere». È una frase che pesa. Guardava avanti e oltre, troppo lontano. È accaduto spesso, in Italia, che i riformisti siano stati prima isolati, poi demonizzati, infine rimpianti.

Deborah Bergamini, vicesegretaria nazionale di Forza Italia, lo ha ricordato in una nota con parole che centrano il nucleo politico della sua eredità: «Ventiquattro anni fa, il giuslavorista Marco Biagi fu ucciso dalle Brigate Rosse in un agguato a Bologna, mentre rientrava a casa. Un omicidio che ancora oggi rappresenta una ferita per tutti, perché fu l’espressione di un odio politico rivolto contro chi seppe leggere una società in rapido mutamento e stava lavorando con grande impegno per dare le giuste risposte. La sua lezione riformista è ancora attuale». Ed è proprio qui il punto. Biagi non fu ucciso solo per ciò che era. Fu ucciso per ciò che rappresentava: la possibilità di riformare il lavoro senza inchinarsi né alla conservazione corporativa né all’estremismo ideologico.

La sua intuizione era limpida e, per l’epoca, radicalmente moderna: mettere al centro il lavoratore non come figura astratta da agitare nei comizi, ma come soggetto vivo del ciclo produttivo, partecipe dell’impresa, inserito in un sistema di relazioni che valorizzasse prossimità, specificità, concretezza delle mansioni, trasformazione tecnologica già in atto. Oggi molti di quei principi appaiono quasi ovvi. Allora non lo erano. Biagi vide arrivare prima di altri l’impatto della tecnologia sul lavoro, la necessità di nuovi modelli contrattuali, il bisogno di tenere insieme flessibilità e tutele. Non fu capito abbastanza. E da chi coltivava l’odio fu trasformato in bersaglio.

Ecco perché ricordarlo davvero significa sottrarlo alla liturgia stanca dell’anniversario. Marco Biagi non è soltanto una vittima da onorare. È un’idea dell’Italia da difendere. Un’Italia che riforma senza paura, che non si lascia intimidire dai fanatici, che non cede al ricatto morale degli estremismi. Le scritte inneggianti alle Brigate Rosse comparse a Bologna non sono folklore urbano. Sono sintomi. E quando Lorenzo Biagi dice che il clima gli ricorda quello che precedette l’assassinio del padre e di Massimo D’Antona, la politica ha il dovere di ascoltare e reagire.

Unirsi contro l’odio, dice il figlio del professore. Ha ragione. Ma unirsi davvero significa anche avere il coraggio di nominare i complici culturali di quel veleno: ogni ambiguità verso la violenza politica, ogni indulgenza verso i seminatori di odio, ogni ammiccamento agli estremismi che si travestono da militanza sociale. Biagi fu ucciso dalle Brigate Rosse. Ma prima ancora era stato consegnato all’isolamento da un clima infame, da una delegittimazione sistematica, da un conformismo che considerava il riformismo quasi una colpa.

Ventiquattro anni dopo, l’Italia ha il dovere di non ripetere quell’errore. Per rispetto verso la sua memoria, certo. Ma anche per difendere sé stessa. Perché ogni democrazia si misura da come protegge i suoi riformisti. E da come reagisce quando l’odio torna a bussare.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.