Fu assassinato per le sue idee dalle Nuove Brigate Rosse
L’eredità di Marco Biagi a 24 anni dalla morte: oggi avrebbe sofferto per il declino della cultura del lavoro
Sono trascorsi 24 anni da quando, il 19 marzo del 2002, un commando delle Nuove Brigate Rosse attese Marco Biagi, sotto casa, in via Valdonica, a due passi dalle Due Torri e lo assassinò con la stessa pistola con la quale era stato ucciso, a Roma nel 1999, Massimo D’Antona. Marco e Massimo erano tra i migliori giuslavoristi della loro generazione e ambedue avevano svolto funzioni di consulenza dei governi: D’Antona era stato persino sottosegretario ai Trasporti del Governo Dini; Biagi era consigliere del Ministro del Lavoro, Roberto Maroni.
Per quanto mi riguarda ho avuto la fortuna e l’onore di lavorare con entrambi. Massimo D’Antona aveva un rapporto con il Coordinamento giuridico della Cgil, quando io ne ero responsabile per la segreteria. Con Marco Biagi c’era addirittura un rapporto di amicizia di durata trentennale che coinvolgeva anche le rispettive famiglie e che è proseguito, con la moglie Marina, con i figli Francesco e Lorenzo e la sorella Francesca, durante tutti gli anni che ci separano da quel tragico evento. Marco oggi si appresterebbe a compiere 76 anni, sarebbe nonno di due nipotine e, ormai pensionato, nonché professore emerito dell’università di Modena dove insegnava Diritto del Lavoro e delle relazioni industriali nella prestigiosa facoltà di Economia.
Quando venne assassinato, Biagi aveva coronato le aspirazioni del suo impegno culturale fino a quel momento: transitare dalla storiografia alla storia; non limitarsi a studiare e ad insegnare il diritto del lavoro, ma divenirne un protagonista della sua evoluzione in qualità di consigliere del governo e del legislatore. È questa la strada seguita con successo da un altro grande giuslavorista del secolo scorso, Gino Giugni, il quale esercitò un importante ruolo come senatore e ministro; ma la sua fama resta legata anche oggi al contributo che fornì in un ruolo tecnico alla definizione dei capisaldi del diritto del lavoro. Giugni infatti è passato alla storia come il ‘’padre dello Statuto dei lavoratori’’ benché quella legge fu voluta e sostenuta da due ministri come Giacomo Brodolini, prima, Carlo Donat Cattin, nell’ultimo miglio.
Marco ottenne dal ministro del governo Berlusconi quella fiducia che una sinistra ‘’matrigna’’ gli aveva sempre negato e non esitò ad avvalersene nonostante le critiche che gli arrivarono da quel mondo a cui era sempre appartenuto. Nonostante sentisse su di sé la maledizione di Montezuma della Cgil e venisse indicato come inventore del precariato, non esitò nonostante le minacce a cui era sottoposto senza essere creduto, Biagi non esitò a tirare diritto difendendo le sue idee, raccolte nel Libro Bianco e nel ddl che prese il suo nome, fino a diventare un simbolo per i suoi assassini.
Per molti anni Marco ed io abbiamo percorso strade parallele nella stessa direzione, ambedue tacciati di eresia, io per le mie convinzioni in materia di pensioni, lui per quelle riguardanti la flessibilità dei rapporti di lavoro. Mi sono sempre chiesto in tutte le esperienze compiute da me in questi 24 anni quale sarebbe stato il percorso di Marco ormai affacciato sulla politica. Di certo, se la vera morte è l’oblio, Marco è sempre stato con noi, con la moglie che ne ha coltivato la memoria nella Fondazione a lui dedicata a Modena, con i suoi allievi (Michele Tiraboschi ed altri) che hanno portato avanti, a Bergamo, Adapt, la scuola promossa a Modena da Biagi, oggi centro culturale e fucina di talenti nello studio internazionale delle relazioni industriali.
Anno dopo anno, la ricorrenza del 19 marzo è stata l’occasione per iniziative di vario tipo, sia di rilievo istituzionale (commemorazioni, premi, ecc.) sia di approfondimenti della materia. Ad ogni passaggio politico e sociale intervenuto in questo arco temporale, le mie scelte sono sempre state condizionate da una domanda, anche se non era possibile avere risposta: come si sarebbe comportato Marco in quelle circostanze? Credo però che avrebbe sofferto per il declino della cultura del lavoro, riportata indietro su posizioni superate, nel bene come nel male, dalla storia, dall’evoluzione della tecnologia e della organizzazione del lavoro.
Sono altresì convinto che Marco converrebbe con me nel biasimare il tentativo portato avanti dalla procura di Milano – in una indifferenza che prelude al compiacimento – di risolvere i nuovi problemi del lavoro (come quelli su piattaforme digitali) attraverso l’abuso del diritto penale. Ma la sua voce risuonerebbe ancora forte nella battaglia per modernizzare quel diritto del lavoro che – come ebbe a dire lui stesso – potrebbe diventare, senza l’apporto di nuove idee, un’appendice del diritto commerciale.
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