Nell’articolo di sabato scorso ho parlato del biennio rosso ’68-’69. Il movimento riprende il suo cammino verso le grandi conquiste sociali che negli anni 70 cambieranno l’Italia come mai era accaduto. L’uso capitalistico della crisi, la rivincita del sistema l’avranno vinta solo nell’80, quasi dieci anni dopo. Edgar Morin sottotitola il libro La breccia. La breccia è, io credo, ciò che effettivamente fu aperto nell’intero sistema dal biennio rosso. Resta ancora da studiare la natura della breccia e, compito ancor più difficile, da capire come siamo potuti giungere fino all’esito attuale, cioè a una società del ‘68-’69 capovolta, a cominciare dal rovesciamento del conflitto di classe, dall’annichilimento della democrazia, della politica e della sinistra fino ad arrivare alla società descritta nel film Joker. Certo, allora, la breccia fu effettivamente e potentemente aperta. La aprì il movimento e per quella sono passate rivendicazioni e istanze che fino ad allora era inimmaginabile che potessero passare e neanche che fossero concepibili. Ma i muri alti e possenti erano più d’uno. Almeno due, impastati l’uno nell’altro. Il più ravvicinato era quello che si erigeva a difesa di quel mondo antico ante ‘68, il mondo della tradizione, fatto di un sistema di relazioni umane, di costumi consolidati, di abitudini, di culture tradotte in modi di essere così forti da essere considerati naturali.  A presidiarli c’erano le istituzioni di quella società civile, la famiglia, la Chiesa, lo Stato. Era la società dei padri che si faceva forte del paternalismo, del patriarcato, del potere gerarchico. Il maggio strisciante abbatte questo muro, penetra nelle sue casematte, nelle sue istituzioni, le corrode dall’interno e lo fa crollare, passando per la breccia prima aperta e poi allargata. Le leggi e i referendum popolari sul divorzio e sull’aborto sanciscono, sul terreno istituzionale, l’affermazione di quel processo. L’abbattimento dei muri dei manicomi indicherà fino dove era potuto arrivare. Ma c’è l’altro muro, quello che difende l’intero sistema, il sistema capitalistico.

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Il biennio rosso in Italia investe tutti gli anni 70. Gli anni 70 sono gli anni della grande riforma sociale, quella che don Milani avrebbe augurato ai ragazzi di Barbiana. L’Italia non aveva avuto i riformatori dall’alto, i Bismark e i Beveridge, per avere un processo riformatore ci sarebbe voluta l’apertura di una straordinaria contesa sociale, l’insorgenza dal basso e un lievito rivoluzionario. Li fornisce il ‘68-’69. Gli anni 70 sono il tempo non breve delle sue conquiste che avvicinano il paese reale alla sua Costituzione. Gli aumenti salariali sono la leva più potente di una redistribuzione della ricchezza che è una riforma capitale. Alla metà degli anni 70 gli operai della Fiat, che erano partiti da un livello infimo, raggiungono retribuzioni superiori a quelle della Volkswagen.  I rapporti di potere in fabbrica misurano tutta la crescita di quello operaio, nutrito dalle assemblee, dai delegati e dai consigli di fabbrica dove aveva soffiato anche il vento del mondo («Il nostro Vietnam è la catena di montaggio»). Con la riforma delle pensioni, la sanità pubblica, le leggi sulla casa e sulla scuola, è un vero e proprio Stato sociale a essere conquistato. La grande trasformazione è invece sempre annunciata e mai realizzata. La crisi, prodotta insieme dal livello delle conquiste sociali e dalla crisi sulle materie prime, porta il sistema prossimo ad un aut-aut: o passi per la breccia aperta o ti esponi alla rivincita del sistema, già reclamata con ogni mezzo dai suoi sacerdoti. Si ricordi per tutti il monito della Trilateral. L’accumulo di elementi della diversa società, di un diverso modello di sviluppo e il mantenimento del paradigma del modello esistente stavano ormai in un’aperta contraddizione, da qui l’aut-aut. Dei due muri attraversati dalla stessa breccia, l’uno, quello del mondo antico, è crollato, l’altro, quello capitolo, è stato fatto arretrare, gli si è imposto un compromesso dinamico, ma ha resistito e ha poi ingaggiato uno scontro a fondo per avviare la sua rivincita che lo ha condotto fino a dar vita a un nuovo capitalismo, il capitalismo finanziario globale.

Il suo totalitarismo vorrebbe anche essere un potente anticorpo contro qualsiasi nuovo biennio rosso, anche se cova la rivolta. Liberatosi del suo avversario storico, il 900, e del suo ultimo grande avversario, il ‘68-’69, il capitalismo è tornato alla sua antica propensione totalitaria. Tanto da divorare anche la modernità realizzata. Senza rivoluzione, la libertà viene sequestrata dal mercato e diventa liberismo; senza rivoluzione la modernizzazione fa strame della modernità, cioè della libertà. E, dunque, cosa resta del biennio rosso? Ad avere memoria e scienza non poco, anche se investita da una damnatio memoriae. Resta l’esperienza di vita di chi vi ha partecipato e che nulla e nessuno potrà cancellare, resta la vita vissuta. E restano due conquiste conoscitive decisive per ogni domani. La prima è che tutti i grandi eventi sono fondati sull’imprevisto, imprevisto che, come è accaduto, può accadere ancora. La seconda è che la rivolta è sempre possibile, come è possibile che si affacci, in qualche luogo, un’idea condivisa che il mondo si possa cambiare.