Trovo su La Voce di Rovigo questo titolo: “Droga in casa, il bimbo la mangia e muore”. Ma poi la notizia, come si dice, rimbalza anche sulla sulla stampa nazionale, per esempio sul Messaggero. “Morto a due anni mangiando la droga lasciata dal padre, era solo in casa”, si legge sul giornale. Ora qualcuno potrebbe dire: “ma ti occupi di questi fatti di cronaca?”. Sì, perché sarebbero soltanto fatti di tragica cronaca se non fossero impugnati in modo ridicolo, tragicamente ridicolo, dal fronte proibizionista, sotto lo slogan “la droga fa male”, vedi, uccide perfino i poveri bambini di due anni. E’ ridicolo perché evidentemente quel bambino sarebbe morto anche se avesse ingerito un altro veleno, un pesticida, una tavoletta per la lavastoviglie scambiata per una caramella eccetera.

E non sarebbe venuto in mente a nessuno di immaginare apparati normativi a presidio dei detersivi, dell’uso dei detersivi o di altri veleni, giusto? Il problema è che notizie come queste sono impugnate in questo modo ridicolo dal fronte proibizionista, perché l’impostazione proibizionista procede da una premessa, furiosamente ideologica, e cioè l’idea che stia al potere pubblico, che stia allo Stato stabilire cosa faccia bene o male.

E soprattutto, in forza di questa premessa, cosa il cittadino sia legittimato a scegliere, ad assumere, a non assumere. Evidentemente il caso in questione – il bambino che mangia droga – è un caso di mancata sorveglianza, di tragica mancata sorveglianza, non ha nulla a che fare di per sé con la droga.

Queste considerazioni basterebbero a liquidare la questione anche senza tirare in campo la vera emergenza probante. E cioè che il maggior numero di morti, forse anche di giovanissimi, non sono dovute all’assunzione di tra virgolette, droghe perfettamente lecite e a nessuno viene in mente perché si è visto storicamente quanto questo sia sbagliato, controproducente. A nessuno viene in mente di predisporre un presidio proibizionista a prevenzione di quelle poco salutari.