Il premier che non ha nulla da perdere
Blitz, ostacoli e giochi d’azzardo, l’Europa in balìa di Orbán che tira la volata a Trump
Da Kiev a Mosca, da Pechino a casa Trump. Il premier ungherese continua a mettere in atto la sua agenda. Bruxelles lo avverte, ma Orbán ha già fatto tutto e The Donald può contare su di lui

Difficile parlare di sorpresa. Perché ormai il premier ungherese Viktor Orbán ci ha abituati, in questi primi giorni da “presidente” dell’Unione europea, a blitz inaspettati e dichiarazioni divisive. Ma il suo attivismo diplomatico inizia a essere visto con sempre maggiore sospetto da molti segmenti Ue e della Nato. Consapevoli che Orbán, con la sua agenda di incontri, sta giocando una doppia partita: quella degli interessi ungheresi e quella dei suoi interessi politici. Un desiderio di visibilità e di sfida che però rischia, nel semestre alla guida del Consiglio europeo, di apparire come la pietra tombale della compattezza occidentale nei confronti della Russia.
L’allarme è scattato da tempo. Al punto che lo stesso Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, in un’intervista all’agenzia Efe ha espresso la “profonda preoccupazione” e il “disagio” di Bruxelles e degli alleati. Ma il magiaro appare intenzionato a continuare nel suo gioco d’azzardo. E la notizia del suo incontro con Donald Trump in Florida proprio dopo il vertice della Nato a Washington ha rappresentato solo l’ultima (chiarissima) conferma di cosa sta facendo il primo ministro ungherese.
Orban non ha nulla da perdere
L’ultimo avvertimento di un leader politico che ha messo ormai in conto di andare allo scontro frontale con le istituzioni europee, i leader e i gruppi politici a lui contrari. Ma che a fronte del possibile isolamento da parte di molti – tra minacce di chiedere la fine della presidenza di turno e boicottaggi delle ministeriali ospitate da Budapest – tira dritto. Sul perché è facile rispondere: Orbán non ha nulla da perdere. Da Bruxelles hanno fatto capire all’ungherese che la misura è colma, che la situazione rischia di sfuggire di mano. Sono piovuti cartellini gialli, (se non quasi arancioni) per convincerlo a desistere. Un vero e proprio processo, con la riunione del Coreper degli ambasciatori Ue che ha chiarito che l’Ungheria ha voluto confondere l’iniziativa nazionale con quella di Paese alla guida dell’Ue, e il servizio legale europeo che ha ricordato il principio di cooperazione e il limitato ruolo della presidenza di turno nel rappresentare l’Europa al di fuori dei suoi confini. Ma a questo punto, una volta incontrati Volodymyr Zelensky, Vladimir Putin e Xi Jinping, Orbán sa di avere fatto quello che poteva e voleva.
Orban, con Trump la chiusura del cerchio
E l’incontro con Trump nella sua residenza in Florida, annunciato dai media americani soltanto ieri in mattinata, è sembrato quasi la chiusura di un cerchio. Quella di un leader che non è solo pienamente coerente con il proprio ruolo di spina nel fianco dell’Ue e della Nato, ma anche di rappresentante politico di una destra europea che vede nel ritorno di Trump alla Casa Bianca un punto interrogativo. Strategico ma anche ideologico. I due, si sa, hanno molti punti in comune. Non amano l’Ue, non amano la Nato, hanno già detto – pur in termini e sfumature diverse – di volere il prima possibile una pace tra Russia e Ucraina. E a molti osservatori, le mosse di Orbán sono apparse quasi come la preparazione del terreno per l’arrivo di The Donald. Una suggestione in parte smentita da altri analisti, che hanno voluto ridurre l’interesse di Trump per le azioni del leader di Budapest. Tuttavia, la vicinanza dei due personaggi su quei temi lascia credere che Orbán abbia in effetti una sua particolare idea, e cioè quella di strappare consensi nella mente di Washington qualora Trump dovesse arrivare alla Casa Bianca.
Il monologo indisturbato grazie alla crisi di consenso
Uno scenario che, stando agli ultimi sondaggi, potrebbe in effetti concretizzarsi. E il candidato repubblicano sa di avere nel Vecchio Continente una serie di alleati e il premier ungherese come loro capofila. Anche in questo caso, dall’Ue sono arrivate di nuovo le garanzie sul fatto che Orbán in questi incontri non rappresenta in alcun modo l’organizzazione. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ieri ha ribadito che “non tocca a noi dire quello che deve fare il primo ministro ungherese, ma non va certamente in rappresentanza dell’Unione europea”. Ma l’immagine di un leader Ue considerato scomodo che incontra un candidato statunitense considerato altrettanto scomodo è più eloquente di tante promesse e dichiarazioni dei summit istituzionali. Mentre Joe Biden appare in grosse difficoltà e i vari leader europei in una crisi di consenso che colpisce soprattutto i due tradizionali motori di Bruxelles (Francia e Germania), Orbán sa che il suo monologo può continuare senza particolari ostacoli.
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