Del Maestro ricordiamo lo stile. Impossibile dimenticare Remo Bodei: la sua voce limpida, il suo modo pacato di parlare, la grazia che animava il suo dire, il guizzo del suo sguardo curioso. Una curiositas quasi infantile che non si era esaurita, malgrado il prestigio indiscusso raggiunto in tutti i consessi internazionali. Il candore dello stupor del bambino, che tanto assomiglia al thauma, la meraviglia, che anima fin dall’origine lo sguardo del filosofo. Remo Bodei dal 2006 era professore di Filosofia all’Università della California a Los Angeles (Ucla), era stato docente della Scuola Normale Superiore e anima dell’Università di Pisa; visiting professor in tutte le più importanti università europee, americane, australiane.

Tra i più stimati esperti di idealismo tedesco e pensiero romantico, formatosi con lunghi periodi di studio in Germania, con il confronto diretto con maestri del calibro di Ernst Bloch e Karl Löwith. Oltre che traduttore e curatore dell’edizione italiana di testi fondamentali, è stato autore di successo: i suoi libri sono stati tradotti nelle principali lingue europee; non si contano i saggi che hanno raggiunto la vetta delle classifiche di vendita, da Geometria delle passioni del 1991 a Destini personali del 2002, fino a Limite del 2016. Al di là delle sue gesta accademiche, chi lo ha conosciuto personalmente ricorda anzitutto la sua gentilezza inattuale, fuori dal tempo e perciò tanto rara e preziosa.

«La gentilezza è la delizia più grande dell’umanità», disse l’imperatore e filosofo Marco Aurelio. E l’incontro con Bodei era sempre l’inizio di una passeggiata nel “giardino delle delizie”, un dialogo stimolante in cui donava e si donava agli altri con generosità. Una gentilezza, la sua, che non era affettata formalità, ma habitus autentico: che si trattasse di una delle sue dotte conferenze o di un frivolo momento di convivialità, praticare la gentilezza era per Bodei una scelta etica ed eroica. Uno stile che lo distingueva da molti suoi colleghi altrettanto famosi e stimati che sono troppo spesso vittime di un ego ipertrofico chiuso nell’autocompiacimento. Bodei era diverso perché si spendeva con la stessa dedizione e la stessa generosità per un convegno accademico e per un incontro in una scuola, per una discussione informale e per un confronto pubblico. Aveva un’energia impaziente che riversava nei suoi viaggi, conferenze, libri, convegni, lezioni, trovando sempre il tempo per rispondere alla chiamata dell’Altro.

Era immerso in quella che spesso definiva «l’avventura della vita»: ad-ventura, aperta verso le cose future. Come amava spesso ripetere, la vita ci espone al rischio di una navigazione in mare aperto, ad una ricerca del nuovo tra i pericoli e le meraviglie del mondo. L’uomo «con la nascita è buttato nei flutti dell’esistenza, si nasce in un mondo già fatto e si deve diventare contemporanei di se stessi». Non si può sfuggire a questo compito, spiegava, se si vuole essere attori e non spettatori dell’esistenza. Non si poteva rimanere indifferenti di fronte alla sua conoscenza enciclopedica di studioso rigoroso, che aveva masticato libri e autori fino a renderli parte del proprio linguaggio. E cosa sono i veri maestri se non commentatori di testi, capaci di illuminare pagine che sembravano lettera morta? Citava gli antichi e i moderni come interlocutori contemporanei, facendo appello a una memoria prodigiosa, retaggio di un mondo che va sparendo. Chi lo ascoltava, però, percepiva chiaramente che in lui il logos era divenuto ethos: alla profondità delle sue parole corrispondevano i suoi comportamenti, in una perfetta adesione tra pensiero e vita. Un vero filosofo che incarna ciò che dice, pratica il suo discorso, è il soggetto etico della verità che proferisce.

Ma Bodei era anche, e non da ultimo, un infaticabile divulgatore, sempre attento a sfuggire alla deriva banalizzante: era stato il cuore pulsante del Festival della Filosofia di Modena e aveva riportato la filosofia alla sua origine popolare, in un confronto instancabile con e per la piazza. Perché la filosofia non è morta, diceva Bodei, ma anzi risponde ad un bisogno di senso inesauribile che anima l’essere umano. Le domande sono sempre le stesse, bisogna soltanto riformularle sulla base delle trasformazioni del nostro tempo. Lo studio dei maestri del passato non era mai fine a se stesso, ma strumento utile e indispensabile per illuminare il tempo presente. E la filosofia in piazza è un modo per saziare la fame di senso che non può essere colmata solo dal sapere tecnico-professionale di cui è ormai preda il sistema scolastico. Bodei era il filosofo delle passioni. Aveva saputo abbattere i confini disciplinari e, nel tentativo di riannodarei nodi di un pensiero nomade, si era interessato di musica, letteratura, arte, cinema. Ma una parola ricorre più delle altre nei suoi lavori: “Utopia”. Da qui il titolo della sua ultima conferenza al festival Popsophia nel luglio 2018, di cui conservo un ricordo indelebile: l’utopia, ci ha ricordato, è un ideale regolativo che non dobbiamo smettere di perseguire anche se consapevoli della sua irrealizzabilità. In un mondo in cui è sempre più difficile orientarsi, in un tempo dove confini e limiti cambiano continuamente, Remo Bodei è stato proprio questo: una bussola per orientare la nostra ad-ventura.