In questi giorni si è assistito all’ennesimo episodio di moralismo impulsivo travestito da vigilanza civica. Protagonista il deputato (e giornalista professionista) Francesco Emilio Borrelli, figura politica che ha costruito una parte significativa della propria visibilità sulla denuncia via social. Ma questa volta, la foga di puntare il dito dell’onorevole ha travolto una regola fondamentale della comunicazione pubblica: verificare ciò che si pubblica prima di alimentare la gogna digitale.

Borrelli, in merito alla presunta parentela tra Rita De Crescenzo e Massimo Ranieri ha diffuso un video presentandolo come smentita dell’artista nei confronti della tiktoker. “La bugiarda sbugiardata. Trovo assurdo che un artista del calibro di Massimo Ranieri sia costretto a chiarire pubblicamente di non aver nessun legame di parentela con chi vive nell’illegalità e nella menzogna“. Con queste parole il deputato ha commentato quanto sostenuto da De Crescenzo a Francesca Fagnani ospite di Belve. La tiktoker aveva infatti raccontato di essere una cugina del celebre cantante Massimo Ranieri, e per contestarla Borrelli ha utilizzato un video di una presunta smentita di Ranieri. In realtà, però, il video dell’artista non era stato registrato per quel contesto, né riferito a quel tema. Infatti era una registrazione di circa 9 mesi fa con cui Massimo Ranieri denunciava il tentativo di utilizzare il suo volto familiare per spillare soldi a malcapitati. Un contenuto fuori contesto, reso prova definitiva dal deputato-giornalista tramite un reel confezionato e montato con la leggerezza di chi sembra preoccuparsi più della viralità che della verità.

Non è più questione di prendere le parti di qualcuno, né di giudicare nel merito dichiarazioni altrui. Qui la questione è più grave: un rappresentante istituzionale che si propone come baluardo contro falsità e degenerazioni social, finisce per utilizzare gli stessi strumenti — decontestualizzazione, insinuazione, assenza di verifica, strumentalizzazione — che ogni giorno dice di combattere.
La credibilità, soprattutto quella politica, si costruisce con rigore e coerenza. Se si vuole denunciare superficialità, occorre innanzitutto evitarla. Se si pretende attenzione dai cittadini, bisogna essere i primi a praticarla. E se si combattono fake news, non si può cadere nella tentazione di manipolare (più o meno consciamente…) contenuti pur di sostenere la propria narrativa. Questo episodio non è una scivolata isolata: è il sintomo di un metodo. Di una politica-social che preferisce la reazione immediata all’analisi, il tribunale digitale al giornalismo, l’indignazione istantanea alla responsabilità. Un metodo che rischia di trasformare la sacrosanta battaglia per la legalità in spettacolo, e il ruolo pubblico in piattaforma personale. Chi occupa cariche istituzionali — e pretende di essere voce morale — non può permettersi pressappochismo. Perché quando l’antidoto alla disinformazione diventa esso stesso disinformazione, la fiducia pubblica si sgretola. E resta solo rumore.

Borrelli ha poi modificato il post dicendo “N.B. Alcuni utenti segnalano che questo video sarebbe stato ‘tagliato’ ad arte e non si riferisca alla tiktoker De Crescenzo. Purtroppo questa eventualità non modifica il fatto che un’artista come Massimo Ranieri venga strumentalizzato periodicamente da personaggi del web e sia costretto a smentire inesistenti parentele, ivi compresa quella con la tiktoker“. La domanda è: chi ha strumentalizzato Massimo Ranieri in tv e chi lo sta facendo sul web?

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Esperto di social media, mi occupo da anni di costruzione di web tv e produzione di format