È a dir poco umiliante che l’ambasciatrice italiana a Teheran, Paola Amadei, sia stata convocata dal ministero degli Esteri iraniano e rimproverata. Il motivo? Le dichiarazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che aveva annunciato su X la sua intenzione di proporre, alla riunione dei ministri degli Esteri UE a Bruxelles, l’inserimento del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC, conosciute anche come pasdaran) nella lista europea delle organizzazioni terroristiche.

Il regime iraniano aveva parlato di “conseguenze dannose” e aveva invitato l’Italia a “correggere” il suo “approccio avventato”. Il livello di intimidazione era stato tale da costringere l’Italia, per ragioni di sicurezza, a ridurre il personale dell’ambasciata a Teheran. Ma la richiesta di Tajani è stata comunque approvata dall’Unione che, giovedì scorso, ha designato i pasdaran come un’organizzazione terroristica. Da parte di Teheran non si era trattato del primo affronto. Già il 12 gennaio il regime aveva convocato collettivamente gli ambasciatori di Francia, Germania, Italia e Regno Unito, proiettando loro video di presunti “danni causati dai rivoltosi” e pretendendo che i rispettivi governi ritirassero le dichiarazioni di sostegno alle proteste pacifiche del popolo iraniano. Un atto di arroganza senza precedenti, come se l’Europa dovesse rendere conto a Teheran delle proprie posizioni sui diritti umani.

E l’Europa? L’Italia? Nessuna reazione simmetrica. Nessuna convocazione degli ambasciatori iraniani a Roma o nelle altre capitali. Questa asimmetria è il vero problema. Per troppi anni la linea europea – e italiana – è stata quella del “dialogo critico”, della cautela, del non voler “provocare”. Le proteste che hanno scosso l’Iran tra l’8 e il 9 gennaio 2026 non sono state un episodio marginale. La risposta del regime è stata immediata e brutale: blackout totale di internet, intervento armato di IRGC e Basij, repressione sistematica. Di fronte a questo bagno di sangue, l’Europa aveva espresso “preoccupazione”, ma senza andare oltre le note diplomatiche di routine. Nessuna misura concreta. Nessuna reciprocità. Antonio Tajani ha rotto questo schema. La sua proposta di inserire l’IRGC nella lista UE delle organizzazioni terroristiche è stata giusta e necessaria. L’IRGC non è un semplice corpo militare, è il pilastro del potere degli ayatollah: reprime il dissenso interno, finanzia il terrorismo regionale, controlla una parte significativa dell’economia iraniana. La decisione europea di designare I suoi macellai come organizzazione terroristica ha significato colpire il cuore del regime. Ma tutto questo non è comunque sufficiente: bisogna alzare il tiro.

L’Italia e l’Unione europea devono adottare contromisure immediate e proporzionate. Inizialmente, la convocazione simmetrica degli ambasciatori iraniani nelle capitali europee, con presentazione delle prove documentate delle atrocità del regime. L’espulsione di diplomatici iraniani coinvolti in attività ostili o di intelligence sul suolo europeo. Poi la chiusura temporanea di consolati e centri culturali iraniani spesso utilizzati come copertura per propaganda e reclutamento. Nei casi più gravi, invece, il downgrade delle relazioni diplomatiche fino alla chiusura delle ambasciate. A queste misure va aggiunto un passo politico fondamentale: l’invito ufficiale, da parte dell’Ue, al leader dell’opposizione iraniana, Reza Pahlavi, per discutere apertamente del sostegno al popolo iraniano nella sua lotta per la libertà.

Gli Stati Uniti avevano inserito l’IRGC nella lista terroristica già nel 2019. Israele lo considera tale da decenni. L’Europa soltanto adesso, mentre il popolo iraniano sta pagando con il sangue il desiderio di libertà. Sostenere le sue proteste non è interferenza: è un dovere morale e politico. Tacere, o rifugiarsi in una diplomazia tiepida, significa rendersi complici. L’Italia non è uno Stato vassallo. È una potenza europea con una tradizione di difesa dei diritti umani. Basta arretrare. È ora di una politica estera decisa.

Sina Ranjbar

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