C’è una storia italiana che dura da sei anni, costa centinaia di milioni alle imprese del settore pubblicitario e che pochissimi conoscono al di fuori dei commercialisti, tribunali e avvocati ricorsisti. È la storia del Canone Unico Patrimoniale – il CUP -, un’imposta nata nel 2019 con buone intenzioni e trasformata nel tempo in uno strumento di prelievo arbitrario da parte di Comuni e Province. Fino al 1° maggio 2026, quando la Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha messo un punto fermo: il CUP è un tributo, e la conseguenza è politicamente dirompente.

Cinque parole – “ha, in ogni caso, natura tributaria” – che smontano la strategia con cui molti enti locali hanno gestito questa entrata come fosse uno sportello bancomat senza limiti di prelievo. Per i Comuni quella fila di impianti lungo le arterie urbane ha funzionato esattamente così: un erogatore automatico di cassa, da cui attingere anche a saldo insufficiente. La sentenza mette finalmente un tetto al prelievo. Per capire cosa è successo bisogna tornare al 2019. La Legge di Bilancio 2020 voleva semplificare il caos di prelievi locali – TOSAP, COSAP, imposta comunale sulla pubblicità, CIMP – in un unico canone «patrimoniale». La qualifica non era un dettaglio tecnico: un canone patrimoniale non è un tributo, può essere modulato liberamente dall’ente locale senza che lo Stato fissi un tetto. In linea di principio nessuno poteva obiettare. Il problema è arrivato dopo, quando i Comuni hanno cominciato ad applicare quella libertà.

I dati SIOPE elaborati da AICAP su 136 amministrazioni nel periodo 2019-2024 documentano l’abuso: il gettito complessivo è cresciuto del 16% aggregato, ma i Comuni tra 10.000 e 19.999 abitanti hanno registrato aumenti medi del 40%, le Province del 41%. Tutto questo mentre la legge imponeva, al comma 817, il principio di invarianza di gettito: il CUP non doveva produrre più entrate dei tributi che sostituiva.
A peggiorare il quadro, la doppia imposizione: molti Comuni hanno scisso i due presupposti del CUP – occupazione del suolo e diffusione pubblicitaria – applicandoli entrambi in modo cumulativo. Chi installa un impianto si è trovato a pagare due volte. La Cassazione demolisce questa costruzione: i due presupposti formano un unico regime giuridico, con la componente pubblicitaria che prevale e assorbe quella dell’occupazione fisica. Non si può tassare due volte la stessa fattispecie.

La sentenza risolve la questione giurisdizionale – le controversie spettano sempre al giudice tributario – ma ne apre una più grande, politica. Se il CUP è un tributo, spetta allo Stato stabilire l’aliquota massima applicabile. I Comuni non possono più fissare tariffe ad libitum. Il Governo ha quindi un compito urgente: intervenire con una norma che recepisca le conseguenze della sentenza e fissi i limiti entro cui gli enti locali possono muoversi. Non farlo significherebbe lasciare il settore in un limbo paradossale: un tributo senza tetto massimo, applicato da centinaia di enti con logiche difformi. La stagione in cui la fiscalità locale è stata usata come cassa di compensazione, con le imprese a fare da ammortizzatori, sembra volta al termine – per buona pace di chi nell’incertezza giuridica ci intermediava un business. Oggi la Cassazione ha chiaramente detto che il re è nudo: il CUP è un tributo, e i tributi hanno regole. Adesso tocca al legislatore nazionale dettarle e farle rispettare.