Nel 1959, scriveva Pasolini nella sua lettera dalla Calabria: “Anzitutto a Cutro, sia ben chiaro, prima di ogni ulteriore considerazione, il quaranta per cento della popolazione è stata privata del diritto di voto perché condannata per furto: questo furto consiste poi nell’aver fatto legna nella tenuta del barone. Ora vorrei sapere che cos’altro è questa povera gente se non “bandita” dalla società italiana, che è dalla parte del barone e dei servi politici? E appunto per questo che non si può non amarla, non essere tutti dalla sua parte, non avversare con tutta la forza del cuore e della ragione chi vuole perpetuare questo stato di cose, ignorandole, mettendole a tacere, mistificandole”. A distanza di sessant’anni la Calabria resta terra fuori dal contesto nazionale: per fatti suoi nemmeno di frontiera. “Bandita”, incompresa, ignorata e mistificata, tradita dal suo interno e, sostanzialmente, abbandonata al suo destino dalla politica nazionale, vicina solo a parole e parate. Comunque, amata e difesa, nella sua gente, da una nuova generazione di intellettuali calabresi liberi da pregiudizi, impegnati e curiosi, ma trattata con superficialità, se non vilipesa, da una letteratura e un giornalismo nazionale, oziosi, da scrivania. C’è stato il tempo di una politica romana che capiva i bisogni, era vicina alla gente, e anche se non risolveva i problemi, comprendeva: Amendola incredulo raccontava del pane nero di Africo, fatto di ghiande e segatura.

Ora esiste una politica che prescinde dai calabresi e parla solo ai rappresentanti istituzionali, possibilmente quando sono accomunati dalle stesse bandiere. La prima, romantica, di quando il popolo si ribellava alle regole contro l’oppressione del padrone e dei servi politici. Di quando, a dispetto delle tesi antropologiche e di quelle apocalittiche, della ‘ndrangheta, dal Pollino fino al passo della Limina, non c’era nemmeno la puzza, nel crotonese i reati più gravi erano il pascolo abusivo e il furto di legna e Catanzaro rincorreva il suo record mondiale di assenza di omicidi, due in 40 anni, Silipo e Malacaria (per altro di matrice politica). Di un tempo in cui si lottava per le terre da Melissa a Casignana e le idee, in modo spontaneo senza il gagliardetto di un partito o di un’associazione. Di quando i calabresi erano ancora vivi. La seconda, attuale, stracciona e opportunista, in cui il popolo non esiste più, la mafia è considerata immanente e: o stai di qua o di là. E non c’è spazio per proteste o discussioni, e di altro non si può parlare se non dentro un dibattito soffocante di mafia e antimafia. È una Calabria ignorata, oggi che non ci sono più i Pasolini, gli Amendola. Non esistono figure di riferimento né a destra né a sinistra. Il Giorno della Civetta è tramontato oltre una qualunque e qualsiasi Gomorra, il popolo non ruba per sfamarsi ma per avere l’ultimo iPhone, e la gente se ne frega del voto senza bisogno che le sia tolto il diritto. Fra dimissioni e scioglimenti, votare è diventato inutile. La Calabria è sola, come sole sono le amministrazioni comunali calabresi, prive di mezzi per dare risposte concrete, lontane da un popolo stanco, che non crede più a nulla, sommerso dalle chiacchiere e senza nemmeno un bosco in cui rubare legna o un barone contro cui bestemmiare. Banditi e abbandonati, abitanti di un mondo a parte, con politici, istituzioni e intellettuali che non sanno più di che colore sia il pane calabrese.