Dopo il successo planetario della tetralogia dell’Amica geniale, è uscito in libreria il nuovo romanzo di Elena Ferrante, La vita bugiarda degli adulti (Edizioni e/o). Ancora ambientato a Napoli e sempre concentrato su relazioni affettive difettose, il libro è un susseguirsi di tensione narrativa, scioglimento, nuova tensione, nuovo scioglimento, che spinge il lettore a raggiungere nel minor tempo possibile la fine della storia. Elena Ferrante ha costruito un intreccio con un crescendo di piccoli colpi di scena emotivi ben distanziati tra loro. Se fossimo nell’Ottocento, e si scrivessero ancora romanzi a puntate, per i suoi libri si verificherebbe ciò che accadeva con i più irresistibili feuilleton dell’epoca: c’era gente che cadeva in mare nell’attesa che la nave portasse i giornali con i nuovi capitoli di storie d’amore e d’avventura.  Il romanzo comincia con l’adolescente Giovanna a cui capita un incidente che segna la sua crescita: intercetta una conversazione in cui il padre dice alla madre che Giovanna è brutta. Quasi quindici anni fa, Elena Ferrante aveva scritto in un articolo apparso su Repubblica (e poi raccolto nelle sue riflessioni La Frantumaglia) quanto l’avesse colpita la scena di Madame Bovary in cui Flaubert fa dire a Emma che la figlia è brutta: «Per tutta la vita da allora – scriveva Elena Ferrante nel 2005 – mi è rimasto il dubbio che mia madre almeno una volta, esattamente con le parole di Emma – le stesse orribili parole – abbia pensato guardandomi, come fa Emma con Berthe: c’est una chose étrange comme cette enfant est laide! Laide: apparire brutta alla propria madre. Di rado mi è capitato di leggere-sentire una frase meglio pensata, meglio scritta, più insopportabile. Dalla Francia la frase mi arrivò addosso e mi colpì in mezzo al petto, mi colpisce tuttora».

Ecco che in quindici anni quel colpo al petto si è disciolto in una storia. D’altra parte, figli che ascoltano conversazioni segrete tra i genitori sono un topos letterario, lo sapevano già Hansel e Gretel che proprio così venivano a sapere dell’intenzione del padre e della matrigna di abbandonarli nella foresta. Non solo Giovanna è brutta, ma assomiglierebbe alla zia Vittoria, sorella del padre, concentrato di asprezza napoletana, cattiveria e turpiloquio, personaggio folcloristico che inevitabilmente Giovanna vorrà incontrare. Così come il libro procede spedito – la trama è capace di autorigenerarsi all’infinito nel modo in cui il romanzo popolare aveva le sue leggi e oggi le serie tv generano dipendenza – così si resta impressionati da come vacilli invece la lingua. Tanto è solida la trama quanto scricchiola il resto. Il mondo della Vita bugiarda è un universo semplificato: «avrei dovuto vivere una vita felice e invece stava cominciando un periodo infelice», «fu un brutto momento, forse il più brutto di quei brutti anni», «scoprii che mentire ai miei genitori mi metteva ansia, e invece mentire a loro era bello», «Roberto amava un’altra, che era molto bella e buona», «trovammo Costanza in attesa con le figlie, erano tutt’e tre belle e linde». Questa lingua incolore fatta di bello, brutto, buono e cattivo, è spesso anche ripetitiva, nelle prime 150 pagine si trova per tre volte l’aggettivo «arruffato»: «un dolore arruffato», «[Vittoria] era una figura arruffata», «le ragioni che mi diedi erano molto arruffate», e più in là ancora una quarta volta «andai in cucina a piedi nudi, arruffata». Per scuotere questa lingua inerme non mancano ricercatezze che hanno come effetto frasi prive di naturalezza: «Ne derivò un sentimento di estraneità che mi diede una sofferenza mista incongruamente a soddisfazione», «Fui sicura che mi avrebbe fatto del male e tuttavia, incongruamente, pensai che, anche se era brutto, mi piaceva di più Corrado», «Una continuità incongrua tra volgarità e finezza», «Una smania di sentirmi eroicamente turpe». La legge di gravità universale della letteratura vuole che quanto più ci si sforzi di trovare uno scarto verso l’alto quanto più la lingua precipita: invece del semplice termine «pieno» si sceglie «zeppo»: «due grandi vassoi zeppi di paste di mandorla»,«muri zeppi di scritte», «scaffali alle pareti zeppi di libri», o si preferisce «acquietarsi» a «calmarsi»: «si acquietò di colpo», «Questa idea mi acquietava», «Mia zia tuttavia non si acquietò». Non si contano le volte in cui si legge il termine «ferocia», e suonano fuori registro parole come «dolciumi», «malefatte», «infingardi». Non si ottiene risultato peggiore di quando una lingua piana, che riflette un contesto narrativo spoglio, cerca riscatto, cerca di farsi letteraria, caricando il testo con pesi inutili: «per arrivare al dolce ci volle un’eternità gremita delle chiacchiere di Mariano». Gremita? «Come erano rozzi i maschi, com’erano brutali in ogni parola che dedicavano all’amore. Godevano a umiliarci e a trascinarci per la loro strada di laidezze». Laidezze?

Per Giovanna cominciano gli anni di formazione della sua identità. I personaggi che la circondano le fanno da specchio. Più vuole essere diversa dal padre più ne ripercorre le orme. Più cresce il disagio nei confronti della zia, più le assomiglia: «sarei diventata come mia zia […], e perché no, come suo fratello, mio padre». L’unico uomo di cui si innamorerà le sembrerà il proprio padre da giovane. Di fatto, che si provenga dalle cosiddette classi intellettuali (il padre di Giovanna insegna filosofia nel più prestigioso liceo di Napoli) o che si venga dalle classi più semplici (come la sguaiata zia), i personaggi sono comunque tutti oppressi e hanno molte caratteristiche interscambiabili: nessuno è innocente, ognuno rovina la vita all’altro, sono un esercito di falsi, traditori e bugiardi. Ferrante si compiace nel raccontare la miseria umana, le volgarità, le meschinità, i muri scrostati e giallicci di Napoli, ogni pagina ritaglia e restituisce il malessere morale e urbano, tanto che anche nelle poche scene a Milano ci propina colazioni con marmellate di fragole macchiate di muffa e nell’unica scena di sesso – desolante come tutto – precisa che lui ha le unghie sporche. Questa estetica dello squallore investe a tal punto il romanzo che non lascia spazio neanche a una metafora da ricordare né a una frase bella. Come se la realtà fosse esclusivamente l’insieme di cose «laide», e non anche molto altro. E pensare che, per restare in Italia, tra i nostri maggiori scrittori ci sono proprio quelli che hanno trasformato le tragedie storiche in sublimi lingue letterarie: Primo Levi, Curzio Malaparte, Elsa Morante. Oltre il sipario della conclusione si percepisce – riecco la struttura del feuilleton – un nuovo inizio. Elena Ferrante piace a tutti. I suoi personaggi ripugnanti ammaliano, peccato solo che a queste storie manchi lo stile, la complessità della realtà, la ricerca della verità: esattamente ciò che separa una virtuosa romanziera da una scrittrice vera.

Francesco Longo