Come rovinare un bel lavoro. L’altro giorno, sul Corriere della Sera, la rubrica “Dataroom” di Milena Gabanelli si occupava di detenzione carceraria, spiegando con una ottima teoria di documentazione statistica che l’Italia è tra i Paesi peggio messi nell’assicurare un lavoro ai prigionieri. E che per effetto di questa arretratezza si registrano qui da noi alti livelli di recidiva mentre altrove, nei sistemi in cui si ha cura di indurre i detenuti al lavoro, quelli che tornano a delinquere sono pochi. Si tratta di una verità spesso trascurata. La dedizione a un mestiere, la possibilità di impararlo per metterlo a frutto durante e dopo la detenzione, costituiscono un bene non solo per i condannati, che in tal modo possono affrontare con minor pena la desolazione quotidiana e sperare concretamente in un futuro fattivo e non abbandonato: ma rappresentano un’acquisizione certa anche per la società, ripagata così dalla garanzia che i pericoli di recidiva, grazie a quella diversa politica carceraria, diminuirebbero assai.

E ancora puntualmente il Corriere spiegava come tanti propositi di riforma rivolti ad attuare quella diversa politica non abbiano potuto prendere corso a causa delle resistenze di politici e amministratori timorosi di perdere consenso. Verissimo anche questo, e giustissimo denunciarlo. Ma allora perché rovinare questo bel servizio concludendolo con la considerazione aberrante che «in tutto questo, per Strasburgo il nostro problema più urgente è cancellare la legge che vieta i permessi premio agli ergastolani mafiosi»? E infatti: che c’entra una cosa con l’altra? Ma poi: rimproveriamo alla Corte di aver denunciato una sola e non altre tra le tante ingiustizie che ci caratterizzano? E il rimedio migliore quale sarebbe: tenercele tutte? Non si limita l’ingiustizia lasciando che persista quella che non fa comodo eliminare (i giornali non meno dei politici sono cauti quando si tratta di consenso). Peccato, dunque, per il Corriere. Speriamo di poter dire che sarà per un’altra volta.