Aveva trentadue anni ed era quasi libera. Si è tolta la vita nella casa di reclusione femminile della Giudecca, a Venezia. Vicina al fine pena, dicono le cronache. Il fine pena è arrivato prima, per altra via. I numeri: 64.436 detenuti in istituti che ne conterrebbero 51.000; sovraffollamento reale al 139%, con 73 istituti oltre il 150%. Le stesse cifre che nel 2013 valsero all’Italia la condanna di Strasburgo nel caso Torreggiani: trattamento inumano e degradante, art. 3 CEDU. Tredici anni dopo siamo tornati esattamente lì, con una differenza: oggi nessuno finge nemmeno più di scandalizzarsi.

Beccaria scriveva che «non è la crudeltà delle pene uno dei più gran freni dei delitti, ma l’infallibilità di esse». Duecentosessant’anni dopo abbiamo rovesciato la lezione: pene incerte per i potenti, crudeltà infallibile per gli ultimi. Perché in carcere — dato che nessun ministro ama ricordare — finiscono soprattutto poveri, tossicodipendenti, malati psichiatrici. Quelli per cui la sinistra un tempo scendeva in piazza, prima di scoprire che il giustizialismo rende più voti della pietà.

Lo Stato che lascia morire chi custodisce non è severo: è inadempiente. E una Repubblica in cui la pena «deve tendere alla rieducazione» (art. 27 Cost.) ma finisce con un lenzuolo annodato alle sbarre non ha un problema di ordine pubblico. Ha un problema di coscienza. Avevamo abolito la pena di morte nel 1948. Nessuno ci aveva avvertito che l’avremmo reintrodotta a rate.

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