Si allarga il divario temporale tra la linea di azione governativa per fronteggiare la criticità energetica nazionale a seguito del conflitto in Iran e l’urgenza di misure concrete che impattino direttamente sulla bolletta di famiglie e imprese. Mentre l’esecutivo ribadisce la priorità dell’accelerazione del percorso verso il nucleare e l’opposizione invoca più rinnovabili, ci sarebbero due misure – a costo zero per le casse dello Stato – per rendere l’attuale meccanismo di formazione del prezzo sul mercato elettrico all’ingrosso meno penalizzante per famiglie e imprese.

Caro bollette, due misure a costo zero per frenare gli aumenti

Prima proposta. Con l’avanzata della penetrazione delle fonti a basso carbonio e ridotto costo marginale (fotovoltaico, eolico e idroelettrico coprono oltre 40% della domanda di energia elettrica), sul mercato all’ingrosso il prezzo zonale (la Penisola è divisa in 7 zone) risulta – specialmente nelle aree Centro Italia, Sud e Isole – nullo per 6-8 ore al giorno. Succede sempre più di frequente: in Europa tra il 2020 e 2025 le ore con prezzi negativi sono più che raddoppiate da 200 a 500.

Eppure, a causa di complessi algoritmi di perequazione, i consumatori finali di quei territori che hanno già un buon sfruttamento delle risorse autoctone non vedono alcun effetto sulle loro bollette. Il riferimento rimane il prezzo unico nazionale. Applicare un prezzo differenziato zonale consente di abbassare il prezzo medio all’ingrosso, quindi il costo della materia pagata in bolletta, fornendo dei segnali di prezzo chiari e trasparenti. Indirettamente, questo tangibile vantaggio economico funzionerebbe come sollecitazione contro la lentezza dei tempi autorizzativi di quelle regioni che procedono con il freno a mano tirato sulla nuova capacità di rinnovabili, e non ultimo come un deterrente ai fenomeni Nimby.

Seconda proposta. Da circa 3 anni, sono stati installati oltre 30 milioni di contatori intelligenti di seconda generazione, utilizzati per una frazione delle loro potenzialità. Mentre all’estero, in Francia o in Finlandia, per esempio, è possibile sottoscrivere delle opzioni tariffarie dinamiche sull’andamento del prezzo orario, in Italia è praticamente impossibile trovarne. Secondo una simulazione approssimativa, si stima che – spostando i consumi nelle fasce orarie in cui sono le rinnovabili a essere price maker – il beneficio materialmente conseguibile è teoricamente di 1,5-2 miliardi di euro. Oltre al risparmio, intervenendo sulla flessibilità dei consumi domestici (le grandi industrie energivore sono in parte già avezze a ridurre o interrompere il consumo di elettricità su richiesta a fronte di una remunerazione con i servizi di demand response), se adottati da tutti, consentirebbero di armonizzare la curva della domanda con l’equilibrio complessivo del sistema, abbassare i picchi di costo, e contenere i fenomeni di curtailment (quando si butta via l’energia rinnovabile in eccesso rispetto alla domanda ma comunque remunerata).

La fascia di picco

Che senso ha mantenere ancora le tradizionali fasce orarie F1, F2, F3 che non riflettono più l’andamento della generazione? Nessuna. Tant’è che lo scorso aprile la fascia di picco, F1, ha avuto un prezzo più basso di F2 e F3. Lo scorso anno questo fenomeno si è verificato ben 9 mesi su 12. Oltre a ragionare di capacità che risponde solo a una parte del problema, è urgente riflettere su come gestire in modo efficiente a vantaggio dei consumatori e della stabilità dei mercati una produzione sempre più variabile.

Patrizia Feletig

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