«È una crisi senza precedenti che l’Europa deve affrontare con misure strutturate», Marco Bergaglio, vice presidente Federazione Gomma Plastica, con delega all’energia, commenta l’impennata dei prezzi energetici dalla prospettiva della filiera della plastica. «Siamo tra le imprese più in difficoltà. Già dal prossimo mese prevediamo mancanza di materiali».

Presidente, per Confindustria è la crisi energetica più grave di sempre. È una valutazione realistica, oppure un eccesso voluto per richiamare l’attenzione?
«Come dice il Centro Studi Confindustria, se la situazione si normalizzasse entro metà giugno, il danno per le imprese sarebbe di circa 7 miliardi, 22 miliardi se si arrivasse a fine anno. Parliamo quindi di un ordine di grandezza dieci volte superiore a quello della crisi legata alla guerra in Ucraina».

E queste stime come ricadono sulla filiera gomma-plastica?
«La nostra è una delle filiere più colpite. È esposta a un doppio impatto. Da un lato, l’aumento dei costi di elettricità e gas incide su tutte le lavorazioni. Dall’altro lato, c’è il tema delle materie prime, ancora più rilevante. I polimeri hanno registrato aumenti dell’80-90% rispetto a inizio febbraio. A questo si aggiungono altri prodotti necessari alla filiera, come lo zolfo, che proviene in gran parte dalle raffinerie del Golfo. Un’industria come la nostra, poco attrezzata per assorbire aumenti così rapidi e significativi, è costretta a trasferire i costi a valle».

Il riciclo di plastiche e gomma usate non basta a colmare il gap?
«No, non in modo strutturale. Ci sono limiti quantitativi e tecnici. Anche nelle applicazioni dove la sostituzione è più semplice. Per esempio nel caso delle bottiglie, si potrebbe arrivare forse al 40-50% della produzione. Potremmo importare materiali da altri Paesi, ma senza risolvere completamente il problema. Inoltre, per molte applicazioni la plastica riciclata non esiste proprio. Nel food grade, non è ancora possibile utilizzare materiali post-consumo per ragioni tecniche e normative».

Gli Emirati arabi fuori dall’Opec. La notizia può far pensare che quella in corso sia più una crisi finanziaria, quindi di speculazione, che di shortage. Lei come la interpreta?
«Al momento non si può parlare di carenze né sul fronte energetico né su quello delle materie prime. Le forniture arrivano e le navi continuano ad attraccare. Il problema è nei prezzi, in particolare in quelli spot. Chi acquista con contratti di lungo periodo oggi si trova a vendere a breve termine a valori molto più elevati, e questo genera margini importanti. Possiamo chiamarla speculazione? In realtà, è la naturale reazione del mercato».

Cosa può succedere nei prossimi mesi se la situazione non si sblocca?
«In tal caso sì potremo parlare di carenze fisiche. Già tra maggio e giugno. Soprattutto per quanto riguarda i polimeri. Il problema è strutturale. L’Europa è fortemente deficitaria rispetto al proprio fabbisogno. Negli ultimi anni ha ridotto la propria capacità produttiva, chiudendo raffinerie e impianti chimici. Anche quando queste strutture vengono riconvertite, per esempio in bioraffinerie, la capacità produttiva è molto inferiore. Lo stesso è accaduto per diversi impianti di produzione di polimeri. Dipendiamo sempre di più da fornitori esterni. È inevitabile delegare una parte della produzione a Paesi terzi, ma esiste una soglia sotto la quale questa dipendenza diventa un problema anche in termini di sicurezza industriale».

Le politiche europee attuali stanno aiutando le imprese?
«In questa fase il rischio è che alcune politiche finiscano per aggravare la situazione. Strumenti come l’Ets o alcune normative ambientali introducono vincoli e quindi costi aggiuntivi proprio mentre i prezzi dell’energia stanno esplodendo. Non si tratta di metterli in discussione nel lungo periodo, ma di adattarli alla congiuntura. Con il gas a livelli già molto elevati, ulteriori oneri rischiano di diventare insostenibili. Probabilmente sarà necessario rivedere temporaneamente alcuni meccanismi, proprio per evitare di comprimere ulteriormente la competitività delle imprese europee».

E a livello nazionale, lo scostamento di bilancio, oppure la revisione del patto di stabilità sono misure utili?
«Utili ma non risolutivi. Gli strumenti attualmente previsti, come il decreto Bollette, sono stati pensati in un contesto pre-conflitto, che avranno un impatto limitato sul 2026. Sul tema degli aiuti di Stato, il problema è che non tutti i Paesi hanno la stessa capacità fiscale. La Germania ha messo in campo decine di miliardi, mentre l’Italia ha margini molto più ridotti. La risposta non può essere solo nazionale, ma dev’essere europea. Una revisione del patto di stabilità in chiave anticiclica potrebbe avere un impatto più significativo. Siamo davanti a uno shock molto forte e serve una risposta altrettanto strutturata, altrimenti il rischio è di arrivare troppo tardi».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).