Ci sono tre nuovi testimoni e nuovi elementi nel caso di Giulio Regeni, il ricercatore friulano scomparso, rapito, torturato e ucciso in Egitto nel gennaio del 2016. I tre accusano i quattro agenti imputati e protagonisti dell’udienza presso il gup di Roma del 29 aprile prossimo. Quattro agenti della National Security de Il Cairo che avrebbero pianificato i depistaggi delle indagini sulla scomparsa del ricercatore di 28 anni.

È quanto emerge dai verbali degli interrogatori depositati alla Procura di Roma. Il giudice dovrà decidere se rinviare a giudizio i quattro agenti. I quattro sono accusati, a seconda delle posizioni, di sequestro di persona pluriaggravato, concorso in omicidio aggravato e concorso in lesioni personali aggravate. Secondo uno di questi testimoni, anonimo per motivi di sicurezza, vicino al sindacalista Mohamed Abdallah che denunciò Regeni alle forze di sicurezza locali i depistaggi furono pianificati nell’immediatezza dell’omicidio.

La madre del ricercatore ha raccontato di aver riconosciuto il figlio dal naso. Il cadavere, straziato dalle torture, fu trovato lungo la strada che dal Cairo porta ad Alessandria d’Egitto il 3 febbraio del 2016. Il testimone vicino al sindacalista – Regeni stava studiando il sistema dei sindacati di venditori ambulanti per la sua tesi di dottorato per l’Università di Cambridge – ha riferito che la National Security avrebbe quindi fin dal giorno della morte cercato la maniera di addossare la responsabilità dell’omicidio a una banda di rapinatori specializzati in sequestri. Si fece in modo di far trovare nella disponibilità di questi, ritrovati morti dopo un conflitto a fuoco, i documenti del ricercatore. La pista, da Roma, non ha mai convinto ed è stata subito sbugiardata.

Non il primo né l’ultimo depistaggio. La nuova voce conferma quella messinscena. “Il 2 febbraio – ha raccontato il teste – ero con Abdallah e ho notato che era spaventato. Mi ha spiegato che Regeni era morto e che quella mattina era nell’ufficio in compagnia di un ufficiale di polizia che lui chiamava Ushame questi in sua presenza aveva ricevuto una telefonata da un collega del commissariato di Dokki“. Nel corso della telefonata i due avrebbero parlato di come indirizzare le indagini verso il gruppo di rapinatori. Cinque rapinatori.

Il teste avrebbe deciso di parlare perché soltanto recentemente ha saputo del procedimento contro i presunti responsabili del delitto e “per solidarietà a sua madre e per seguire la mia coscienza, a difesa di tanti innocenti incarcerati illegalmente in Egitto”. Nelle ultime settimane dieci persone si sono fatte avanti affermando di avere notizie sul caso Regeni. Tre sole sono state ritenute attendibili.

Fonti informate a livello giudiziario hanno riferito all’Ansa di dati probatori che “apportano nuovi elementi conoscitivi su fatti già acquisiti”. Gli imputati sono il generale Tariq Ali Sabir, i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Secondo i testi il torturatore fu il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, per il quale il procuratore Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco ipotizzano il concorso in lesioni personali aggravate e in omicidio aggravato.

Il rinvio a giudizio è stato possibile lo scorso gennaio grazie alle prove raccolte dagli uomini del Ros e dello Sco. Regeni sarebbe stato osservato e monitorato costantemente a partire dall’autunno del 2015, dalla segnalazione di Abdallah in poi. È stato bloccato all’interno della metropolitana de Il Cairo. Prima è stato condotto presso il commissariato di Dokki e poi in un edificio a Logaugly.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.