Era il 25 gennaio 2016, esattamente 5 anni fa, e da Piazza Tahir al Cairo Giulio Regeni inviava il suo ultimo sms prima di sparire nel nulla. Alle 19.30 era uscito da casa sua, nel quartiere Dokki, diretto alla fermata Naguib, dove l’aspettava l’amico Gennaro che però non l’ha mai visto arrivare. A mezzanotte i suoi amici, insieme con i funzionari dell’Ambasciata, denunciarono la sua scomparsa, ma l’allarme venne lanciato dalla Farnesina il primo febbraio. Due giorni dopo, il 3 febbraio,  il cadavere di Giulio vienne ritrovato sulla strada che collega il Cairo ad Alessandria. Sul corpo segni di tortura, lividi, fratture, ferite, bruciature, che smentiscono subito le prime ricostruzioni del capo della polizia di Giza, Khaled Shalaby, che parlava di incidente stradale.

La notizia scuote il governo e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, mentre la procura di Roma apre un fascicolo. Un team di investigatori viene inviato al Cairo per collaborare con le indagini aperte dagli egiziani. Il 7 febbraio la salma viene portata in Italia, e una nuova autopsia certifica le torture. Il Cairo intanto cambia continuamente versione: si va dall’omicidio a sfondo omosessuale all’uccisione per mano di spie dei Fratelli Musulmani compiuto per creare imbarazzo al governo di Al Sisi. Qualsiasi cosa pur di non menzionare “moventi politici”, esclusi categoricamente dagli inquirenti egiziani. I genitori di Giulio iniziano una battaglia e la vicenda diventa un caso diplomatico, che presto si allarga alla stampa internazionale. “Sono stati i servizi segreti egiziani a rapire Regeni” è il titolo di un editoriale apparso sulla prima pagina del New York Times il 13 febbraio. Sei giorni dopo il movimento assume lo slogan e i colori che ancora oggi lo caratterizzano: Amnesty International e Repubblica lanciano la campagna “Verità per Giulio”. Striscioni gialli cominciano a spuntare sui palazzi istituzionali, nelle univerisità e nelle biblioteche di tutta Italia. L’allora premier Matteo Renzi chiede la “verità ai colleghi egiziani”.

Il 24 marzo la prima svolta: il ministero dell’Interno egiziano fa sapere di aver sgominato una banda specializzata in rapine a stranieri e che nel covo sono stati trovati alcuni documenti di Regeni. Muoiono tutti nel conflitto a fuoco, e gli inquirenti locali sono convinti di aver chiuso il caso. Le incongruenze non convincono però i magistrati italiani, che il 14 aprile inviano una rogatoria ai colleghi egiziani e chiedono i acquisire i tabulati telefonici di 13 persone, insieme ai video delle zone frequentate dal giovane e una serie di testimonianze. L’ambasciatore italiano al Cairo viene ritirato e la frattura col Paese di Al-Sisi sembra insanabile. In estate un altro tassello importante per la vicenda: emerge che Mohamed Abdallah, capo del sindacato ambulanti su cui Regeni stava facendo una ricerca, aveva segnalato ai servizi egiziani l’attività di Giulio. Il coinvolgimento degli 007 egiziani diventa oggetto di indagine, al punto che il 4 dicembre 2018 vengono iscritti nel registro degli indagati cinque uomini, membri dei servizi segreti civili e della polizia investigativa, per concorso in sequestro di persona. Sono il generale Sabir Tareq, i colonnelli Usham Helmy e Ather Kamal, il maggiore Magdi Sharif e l’agente Mhamoud Najem. L’ipotesi è che si siano adoperati per mettere sotto controllo Regeni dopo la denuncia di Abdallah.

Un anno più tardi, dalle audizioni in commissione parlamentare d’inchiesta del procuratore di Roma, Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco, arriva la conferma che “sono almeno quattro i depistaggi messi in atto dagli apparati egiziani”. È il preludio della rottura definitiva del rapporto di collaborazione tra i magistrati italiani e quelli egiziani, arrivata lo scorso 30 novembre. I pm hanno annunciato la chiusura delle indagini, ma per gli inquirenti del Cairo “le prove sono insufficienti per sostenere l’accusa in giudizio”. Rischiano di finire sotto processo il generale Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. L’accusa per tutti è quella di sequestro di persona pluriaggravato, ma Sharif è anche accusato di lesioni personali aggravate. Sarebbe stato lui a infliggere i colpi mortali a Giulio.

Cinque anni di trame tortuose, depistaggi, provocazioni, collaborazioni di facciata e tensioni tra Italia ed Egitto. Che oggi sono più vicine a vedere la luce, quando in Italia verrà celebrato il processo e si tenterà, una volta e per tutte, di riaffermare la verità su quanto successo a Giulio Regeni.

Napoletano, Giornalista praticante, nato nel ’95. Ha collaborato con Fanpage e Avvenire. Laureato in lingue, parla molto bene in inglese e molto male in tedesco. Un master in giornalismo alla Lumsa di Roma. Ex arbitro di calcio. Ossessionato dall'ordine. Appassionato in ordine sparso di politica, Lego, arte, calcio e Simpson.