Non c’è pace per Giulio Regeni e i suoi familiari. Il procuratore generale egiziano ha annunciato che il suo ufficio non intende intraprendere una causa penale in relazione al caso dell’omicidio del ricercatore italiano perché “non si conosce l’identità dell’autore del crimine”. Lo ha reso noto la procura in un comunicato citato dal quotidiano egiziano Al-Ahram. L’ufficio del procuratore generale ha inoltre annunciato di escludere dal caso le accuse rivolte ai quattro agenti della Sicurezza nazionale accusati dal procuratore generale italiano diverse settimane fa.

La magistratura italiana il 10 dicembre scorso aveva chiuso le indagini contro 4 appartenenti ai servizi egiziani, passo che precede l’apertura di un processo. Ma la nota diffusa da Il Cairo torna a sottolineare che il Procuratore “ha incaricato le parti cui è affidata l’inchiesta di proseguire le ricerche per identificare” i responsabili.
Nel sostenere che un processo in Italia sarebbe immotivato, la Procura generale egiziana nel suo comunicato accredita la tesi che imprecisate “parti ostili a Egitto e Italia vogliano sfruttare” il caso di Giulio Regeni “per nuocere alle relazioni” tra i due paesi. Ciò sarebbe provato dal luogo del ritrovamento del corpo e dalla scelta sia del giorno del sequestro sia di quello del ritrovamento del cadavere, avvenuto proprio durante una missione economica italiana al Cairo, si sostiene nel testo.

Per la Procura “sconosciuti potrebbero aver sfruttato” i movimenti di Regeni “per commettere il crimine, scegliendo il 25/1/2016 (anniversario della rivoluzione del 2011, ndr) perchè sapevano che la sicurezza egiziana era occupata a garantire la sicurezza delle istituzioni dello Stato”. Il responsabile “avrebbe dovuto rapirlo e torturarlo affinchè il crimine fosse attribuito alla sicurezza egiziana, ha gettato il suo corpo a lato di una struttura importante appartenente alla polizia e in coincidenza con la visita in Egitto di una delegazione economica” italiana, si sostiene nel testo con implicito riferimento alla missione condotta dall’allora ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi.

“Tutto ciò come se il criminale avesse come scopo quello di informare il mondo intero della sua morte e di attirare l’attenzione” su di essa, viene aggiunto. “Ciò prova alla Procura generale che parti ostili all’Egitto e all’Italia vogliono sfruttare questo incidente per nuocere alle relazioni fra i due Paesi nel momento in cui questi rapporti avevano avuto ultimamente sviluppi positivi”, si afferma nella nota. “Queste parti sono anche sostenute da media noti per la loro istigazione dei conflitti”, sostiene ancora il comunicato aggiungendo che “la Procura generale”, sulla base delle “circostanze di questo caso e alla luce di questa analisi, ritiene che ci sia un altro lato che non è stato ancora svelato dalle inchieste, come anche l’autore” del crimine.

Ma per Riccardo Noury, il portavoce di Amnesty International in Italia non ci sta e auspica una forte reazione italiana. “Consideriamo inaccettabile (la dichiarazione della procura egiziana) e dovrebbe ritenerla inaccettabile anche il governo italiano dal quale auspichiamo una presa di posizione – ha detto All Agi – “C’è di nuovo un palese tentativo delle autorità del Cairo di smarcarsi da ogni responsabilità, attribuendo quanto accaduto a misteriosi soggetti che avrebbero agito per contro proprio”, sottolinea Noury, “si torna sull’idea del depistaggio con un’assoluzione da ogni responsabilità”. “Dopo cinque anni”, fa notare il portavoce di Amnesty, “salta fuori in questa nota che Regeni era stato attenzionato, ma poi disattenzionato, nonostante il suo comportamento fosse ritenuto sospetto”. La posizione della procura egiziana, conclude Noury, “conferma l’indisponibilità a collaborare, rilanciando piste diverse che puntano allo stesso obiettivo: l’auto-assoluzione da ogni responsabilità da parte del Cairo”.

Redazione