Almeno altri cinque agenti della National Security egiziana sono finiti sotto la lente della Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sul rapimento di Giulio Regeni, il giovane ricercatore friulano rapito, torturato e ucciso in Egitto nel 2016.

I nomi sono emersi infatti da alcuni tabulati telefonici forniti dalle autorità del Cairo: si tratta di colleghi degli ufficiali già indagati dal pm capitolino titolare dell’inchiesta, Sergio Colaiocco. In una rogatoria inviata in Egitto nel maggio dello scorso anno la Procura di Roma chiedeva di “mettere a fuoco il ruolo di altri soggetti della National Security che risultano in stretti rapporti con gli attuali cinque indagati”.

IL VERTICE FLOP DI IERI – Ieri invece è andato in scena l’incontro in videoconferenza tra magistrati egiziani ed italiani. Un incontro ritenuto fallimentare dai genitori del ricercatore e da Palazzotto, Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso. “Le ultime notizie, della consegna degli oggetti che appartenevano a Giulio Regeni, che poi in realtà erano oggetti di uno dei tentativi di depistaggio, ci dice che da parte egiziana non arrivano segnali positivi. Per cui anche noi non siamo molto fiduciosi. Però speriamo che si possa ottenere qualcosa e che si possano fare passi in avanti. Da questo punto di vista noi siamo a supporto dell’attività della magistratura che è l’autorità che oggi deve accertare la verità e soprattutto fare giustizia”, ha detto ieri Palazzotto.

I genitori di Regeni, Paola e Claudio, alla luce del vertice flop hanno chiesto di “richiamare l’ambasciatore” italiano in Egitto, una mossa ritenuta “l’unica strada percorribile”.

NO AL RITIRO DELL’AMBASCIATORE – Toni ben diversi sono stati utilizzati invece dal sottosegretario agli Esteri, il grillino Manlio Di Stefano, che a Radio 24 ha sottolineato di non credere che “che il ritiro dell’ambasciatore sia una soluzione, non l’ho mai creduto per un semplice motivo: l’ambasciatore è sostanzialmente il rappresentante del suo Paese in un altro Paese. Se si toglie l’ambasciatore di fatto si finisce di dialogare, ma a noi interessa dialogare perché dobbiamo avere la verità su Regeni”. Per Di Stefano “le si fanno in mille modi, non si fanno certamente togliendo l’ambasciatore. Ha un senso l’ambasciatore in un Paese, non è una pedina di ricatto”.