Chi è Marco Gasparri? Diciamo che questa, a occhio, potrebbe non essere considerata una domanda essenziale per coloro che si interrogano sui valori della modernità, o sul senso della vita, o sui destini della politica. Già. Non è una persona molto famosa, Gasparri, né possiede una biografia particolarmente significativa. Però è l’uomo chiave del processo ad Alfredo Romeo che si sta svolgendo a Roma e del quale vi abbiamo parlato già due volte in questi giorni.

Rompendo tutte le regole giornalistiche: di solito i giornali, quando si occupano di un processo, riferiscono le argomentazioni dell’accusa. La difesa non conta. Anche perché per i giornali un processo che si rispetti deve portare a una condanna. Se esce una assoluzione è una sconfitta della giustizia. Come può la giustizia esprimersi assolvendo? La giustizia è condanna, punizione…. Invece qui vi sto riferendo di tutti gli argomenti usati dalla difesa per smontare il “sistema Palazzi”, cioè lo schema che vuole dimostrare la colpevolezza di Alfredo Romeo, corruttore di professione. Palazzi – Mario Palazzi – è il Pm di questo processo.

Non è la prima volta che su questo giornale anziché dar spazio all’accusa diamo spazio alla difesa. Lo facciamo per varie ragioni e per moltissimi imputati, ricchi e poveri, politici, imprenditori, no tav, poveri cristi. Una delle nostre ragioni risiede in un articolo del codice penale, quello che dice che non si può condannare nessuno se la colpa non è accertata “oltre ogni ragionevole dubbio”. La giustizia dei teoremi, e dei giornali, ritiene il contrario: non si può assolvere nessuno se la non colpevolezza non è accertata ogni ragionevole dubbio. A volte però la magistratura non rispetta neppure questo principio e nega l’assoluzione anche chi è innocente in modo provato.

In questo caso, certo, la nostra attenzione è superiore al solito perché l’imputato è un amico di chi scrive: anzi ne è l’editore. E magari potreste sospettare che questo mi spinga ad essere indulgente. Provo a non esserlo e resto ai fatti.
I fatti sono quelli raccontati con molti dettagli da Alfredo Romeo nella deposizione spontanea pronunciata due giorni fa nell’aula del tribunale. Premetto che Marco Gasparri è l’unico appiglio per l’accusa. I fatti sono semplici: Gasparri, ex funzionario Consip, sostiene di avere ricevuto dei soldi da Romeo per consulenze. Non sa dire quanti, non sa dire quando, non sa dire in che forma, non sa dire perché, non sa dire dove li ha messi. Gli inquirenti, per accertare la veridicità delle accuse di Gasparri, hanno esaminato tonnellate di intercettazioni. Alfredo Romeo è intercettato da circa 12 anni, giorno e notte. Nessuna sua azione, nessun suo movimento e soprattutto nessuna sua parola può restare segreta. Nel corso di vari incontri con Gasparri, dicono le intercettazioni, Romeo non ha mai parlato di compensi o di soldi e mai Gasparri ne ha chiesti. Mai. Basta per archiviare tutto? No.

Questi i fatti dai quali si parte. Vediamo chi è Gasparri. Entra da ragazzo (30 anni) assolutamente inesperto in Consip, dopo una breve esperienza nell’ufficio tecnico di Santa Marinella. Non sa nulla di “facility management”. Cos’è il facility management? È il terreno di tutte queste battaglie giudiziarie. Un sistema integrato di gestione dei servizi agli immobili del patrimonio pubblico, inventato e sperimentato in Italia per prima proprio dalla Romeo Gestioni, diversi anni fa, presso la sede del ministero dell’Economia (un immobile di oltre 200 mila metri quadrati), e poi diventato “bene comune” per la Pubblica amministrazione e per lo Stato. Ha prodotto enormi risparmi alle casse pubbliche. La Romeo Gestioni è la numero 1 in Italia ed una delle prime in Europa, per unanime riconoscimento, in questo campo.

E in questa veste, dopo la nascita della Consip (che gestisce burocraticamente in modo centralizzato i bandi della Pubblica Amministrazione – senza detenere alcun know how tecnico dei servizi che pone a bando, che è tutto delle Pubbliche amministrazioni committenti e dei fornitori – e che nasce anche grazie alle consulenze di Romeo) partecipa a molte gare per gli appalti e, curiosamente, dal 2011 in poi non ottiene neppure un appalto. (Forse il vero caso Consip è questo: come, e perché, e da chi, fu orchestrato un piano per escludere la Romeo dal mercato?).

Dunque Gasparri entra giovinetto in Consip e si occupa del settore dei servizi agli immobili. I suoi compiti sono essenzialmente di monitoraggio esecutivo delle Convenzioni dopo che queste sono state stipulate. Dunque non si occupa di gare e di appalti. Non detiene alcun know how in questo campo. Ha un ruolo strettamente burocratico prevalentemente di promozione e marketing verso i diversi Enti Pubblici potenziali committenti dei servizi, finalizzato a convincerli, nell’interesse dell’obiettivo assegnato a Consip di razionalizzazione della spesa pubblica, ad aderire alle Convenzioni Consip, stipulando i relativi contratti esecutivi con i fornitori.

Cosa può dare Gasparri a Romeo? Niente sul piano tecnico (anzi, è lui che chiede a Romeo, che tra l’altro è Presidente del capitolo italiano dell’IFMA, l’associazione internazionale dei Facility Managers di trasferirgli una parte delle sue conoscenze) e niente, ovviamente, per avvantaggiarlo nelle gare. Gasparri non ha voce in capitolo sulle gare che Consip periodicamente ogni 2-3 anni ripete sempre con il medesimo schema capitolare sotto il controllo dell’Anac e di AGCM.

Insomma, Romeo non aveva nessuna ragione per pagarlo. Non c’è da meravigliarsi se di questi pagamenti non c’è traccia, né documentale né nelle intercettazioni. Romeo, al processo, ha raccontato di averlo conosciuto perché glielo aveva raccomandato un caro amico, Donato Bruno, nei primi anni duemila, e di averlo aiutato a capire il mondo economico nel quale entrava. Poi lo perse di vista nel 2008, infine lo incontrò di nuovo nel 2015 perché Gasparri era stato mandato da Luigi Marroni (amministratore delegato di Consip) a seguire un convegno organizzato da un’associazione promossa da Romeo. Dopodiché succede che Marroni chiede a Gasparri di andare varie volte a trovare Romeo per ricevere informazioni su un sistema particolare di manutenzione delle strade che Romeo aveva già sperimentato a Roma. Niente di strano. A un certo punto però le richieste di incontri diventano più insistenti.

Quando? Dopo che la Romeo ha presentato un esposto nel quale paventa la possibilità che i suoi concorrenti facciano cartello e concorrenza sleale. Dice Romeo. “Ho sempre avuto il sospetto che Gasparri volesse questi incontri per conto di Consip, che di fatto sembrava tollerare i cartelli degli avversari di Romeo, mi sembrava che lui volesse capire quali fossero le nostre strategie dopo la denuncia che avevamo presentato, anche perché probabilmente in Consip c’era una certa preoccupazione per la nostra denuncia. Io ero quasi certo (anche per vari rumors captati nell’ambiente) che Gasparri fosse in combutta con la concorrenza oltre che essere uno che partecipava alla malagestione di Consip. Perciò lo ascoltavo e lo provocavo“.

Fatto sta che a un certo punto Gasparri denuncia Romeo. Sulla base di questa denuncia, senza riscontri, Romeo viene arrestato. E la vittoria della Romeo Gestioni in una delle gare di appalto viene annullata, e l’appalto assegnato all’azienda seconda classificata. Più tardi si è saputo che Gasparri lavora per questa azienda che ha ottenuto l’appalto grazie alla denuncia dello stesso Gasparri.

Mi fermo qui. Credo che le cose siano abbastanza chiare. È in corso il processo a un signore che viene considerato il dominus di una azienda che è stata pesantemente danneggiata dalla Consip in modo illegale. Nel corso del processo sono state portare tutte le prove della sua innocenza e nessuna prova della sua colpevolezza. Le intercettazioni dimostrano che Romeo si incontrava con Gasparri ma dimostrano anche che non si è mai parlato di soldi.
Solo un aneddoto per finire: fino al settecento, in Francia, la tortura era uno strumento giudiziario legale. Funzionava così: il Pm (chiamiamolo così per semplicità) chiedeva di poter torturare l’imputato.

Il Gip (chiamiamolo così) accettava la richiesta e stabiliva i tempi e i modi della tortura (e poi non si potevano chiedere proroghe e proroghe e proroghe…). Se l’imputato confessava durante la tortura la confessione valeva come “mezza prova”, cioè non bastava: occorreva un riscontro. Se non confessava il processo era finito e l’imputato definitivamente assolto comunque. Ora dico: se tu intercetti per dieci anni, per dodici anni, tutti i giorni, a tutte le ore, e non trovi niente di niente, non sarebbe logico far valere almeno quei labili principi settecenteschi? O erano troppo garantisti?