Fu un colpo di pistola a mettere fine alla lotta del più grande difensore della foresta amazzonica, o almeno della sua parte brasiliana. Era il 22 dicembre 1988 e Chico Mendes veniva ucciso a Xapuri, nello stato dell’Acre, a causa delle sue lotte sindacali e ambientaliste in difesa della foresta pluviale più grande del mondo.

La foresta amazzonica occupa 5,5 milioni chilometri quadrati e si estende su parte di nove paesi del Sudamerica. È il polmone più grande del pianeta Terra ed è in pericolo a causa degli incendi che la colpiscono per fare spazio a nuovi pascoli e colture. L’Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais (INPE) conta che nel solo mese di maggio 2019 la foresta ha perso 739 chilometri quadrati, più o meno due campi da calcio al minuto.

Lo sfruttamento dell’Amazzonia ha subito una decisiva accelerazione a fine Ottocento. La deforestazione faceva spazio alle colture di soia e all’allevamento di bovini. A partire dagli anni Sessanta del Novecento, durante la dittatura militare, esplose il boom della gomma. Mentre la speculazione sulle risorse naturali continuava, migliaia di nativi appartenenti alle popolazioni indigene scomparivano o morivano a causa delle malattie portate dai nuovi occupanti. La fine della dittatura non cambiò la situazione. José Sarney, secondo presidente democratico dopo Tancredo Neves, veniva da una dinastia di proprietari terrieri.

Francisco Alves Mendes Filho, chiamato Chico Mendes, era estrattore di caucciù praticamente dalla nascita. Formò un’unione dei seringueiros, i raccoglitori di gomma di caucciù, che si batté contro la deforestazione e per la formazione di aree protette gestite dalle comunità locali. Mendes era la figura di spicco del movimento della tutela dei lavoratori della gomma nell’Amazzonia brasiliana. La sua attività mise insieme contadini, indios, sindacalisti, preti e politici e si oppose agli interessi latifondisti e alla Unione Democratica Ruralista (UDR). Ancora oggi uno dei gruppi più forti del parlamento brasiliano è la cosiddetta bancada ruralista, che rappresenta i grandi monopoli agricoli.

Chico Mendes fondeva nel suo operato la lotta sindacale, il riformismo agrario e una sorta di difesa partigiana e pacifista della foresta. A questa militanza dedicò tutta la sua vita. Partecipò alla fondazione del Sindacato dei Lavoratori Rurali di Brasiléia e Xapuri, alla fondazione del Partito dei Lavoratori dell’Acre e del Consiglio Nazionale degli estrattori del caucciù.

La sua militanza venne riconosciuta internazionalmente anche da alcuni premi. Le Nazioni Unite nel 1987 lo riconobbero come una delle personalità più influenti per la difesa della natura e gli conferirono il premio Global 500 dell’Unep, l’agenzia dell’Onu per la difesa per l’ambiente.

Il 22 dicembre del 1988 Chico Mendes veniva assassinato da due rancheros. Per l’omicidio, nel dicembre 1990, vennero condannati il proprietario terriero Darly Alves da Silva e suo figlio Darcy, rispettivamente mandante ed esecutore del delitto. La condanna a Darly Alves da Silva venne annullata dalla Corte d’Appello Statale nel 1992. Quello di Chico Mendes fu considerato comunque il primo grande omicidio legato all’Amazzonia. Negli anni altri delitti si sono succeduti – ricevendo minore attenzione – e altri difensori della foresta hanno tratto ispirazione dall’attivismo di Chico Mendes. Tra questi Marina Silva, già ministro dell’Ambiente e candidata per due volte alla Presidenza della Repubblica, e Dorothy Stang, missionaria cattolica assassinata nel 2005 ad Anapa, nello stato del Parà.