«Ha annientato tutti, quest’uomo di così modesta apparenza… che per tanto tempo si era tenuto nascosto dietro le figure gigantesche dei suoi predecessori… Da quando Mirabeau, Marat, Danton, Desmoulins, Vergniaud, Condorcet sono spariti, da quando sono spariti cioè il tribuno, il ribelle, il duce, l’oratore e il pensatore della giovane Repubblica, egli concentra tutto nella sua persona, è il pontifex maximus, il dittatore, il trionfatore». Queste parole, scritte da Stefan Zweig nella biografia su Joseph Fouché, si riferiscono a Maximilien de Robespierre. Freddo, livoroso, amante del potere, indifferente ai sentimenti, ossessionato dal proprio mito e dalla propria missione, l’Incorruttibile ha stretto il paese nel Terrore, elevando la Virtù a sistema politico. Sulle prime ha favorito la “scristianizzazione” della Francia, poi si è inventato una religione di Stato, “il culto dell’Essere Supremo”, insieme alla Dea Ragione.

Affiancato da Louis-Antoine Saint-Just (“l’arcangelo della morte”) e Georges Couthon, l’antico giacobino che si sente la personificazione della Repubblica e della Libertà ha mandato alla ghigliottina – “il rasoio nazionale” – i suoi nemici, bollati come nemici della Nazione. Grazie al Comitato di Salute Pubblica del 6 aprile 1793, all’espulsione dei Girondini dalla Convenzione, alla “legge dei sospetti” ha riunito nelle sue mani le redini del potere. Sono considerati “indiziati”, e dunque passabili di arresto, praticamente tutti. Famosa è la formula per identificare i possibili sospetti: «Coloro che non hanno fatto nulla contro la libertà e non hanno neppure fatto nulla per essa». Categoria fluida, incerta, proteiforme, rete a strascico nella quale può rimanere impigliato chiunque. Per “sputare la testa nel cesto”, come si usa dire con aulico linguaggio, basta una delazione, una lettera anonima, una parola di troppo, un’invidia, un posto da liberare, un conto in sospeso…

Non è Robespierre uno degli iniziatori della Rivoluzione, ma è riuscito a cavalcarla, contribuendo a eliminare degli uomini della prima fase. Agli esordi, del resto, era impossibile comprendere dove avrebbe portato quella trasformazione, quello smottamento del sistema a cui avevano contribuito gli ideali illuministi, i philosophes, l’opinione pubblica, i giornali, la Rivoluzione americana, la crisi economica, i club (i partiti politici del tempo, fra cui Girondini, Giacobini, Foglianti, Cordiglieri), lo screditamento della monarchia e dell’Ancien Régime. Dopo secoli di immobilismo, il tempo ha ripreso a scorrere a velocità vertiginosa. Nel maggio 1789 c’è stata l’apertura degli Stati generali; il 20 giugno la riunione della Pallacorda; il 14 luglio la presa della Bastiglia. Luigi XVI, pieno di buone intenzioni ma privo di tempra, non è in grado di «domare il mostro che ha imprudentemente liberato dalle catene». Il 4 agosto l’Assemblea ha approvato l’abolizione dei privilegi, il 26 ha redatto la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (donne e schiavi non sono contemplati).

La situazione ha preso quindi a degenerare, gli ideali di Liberté, Égalité, Fraternité a mescolarsi con derive feroci. Lungi dal rientrare negli argini, il fiume è destinato a esondare con maggior violenza. Fra tumulti sobillati, sans-culottes urlanti, pescivendole con i coltellacci, teste sulle picche, i sovrani sono stati obbligati a tornare a Parigi. Nel giugno 1791 è fallita la fuga di Varennes; poi la famiglia reale è stata rinchiusa nel Tempio. Il 16 gennaio 1793, la Convenzione – assai più radicale dell’Assemblea – ha deciso la condanna del re. Per costringere il Parlamento, l’Incorruttibile non ha lesinato: «La monarchia è un crimine di lesa maestà… Chiedo che la Convenzione dichiari Luigi colpevole di tradimento verso la Nazione francese, di crimini contro l’umanità». A dargli man forte ci si è messo Jean-Paul Marat, il sedicente ami du peuple, che ha imposto il voto palese e per appello nominale.

La Convenzione ha quindi inviato i suoi “proconsoli” a stroncare le tentazioni realiste e “i nemici della rivoluzione”. Mentre vengono adottate misure eccezionali e la Francia è in guerra con quasi tutta Europa, mentre massacri e esecuzioni sono all’ordine del giorno, si consuma lo scontro interno. Usi e costumi riflettono il clima. A Parigi si è scatenata una voluttà, un gusto del sangue: le signore inalberano pettinature à la victime e nastri rossi al collo, i bambini giocano con macchine per decapitare, in giro si intonano inni a “Madame la Guillotine”. Robespierre e i suoi premono per la revolution intégrale – la dittatura – lanciandosi alla gola dei loro avversari, siano essi moderati o “arrabbiati”. Il regolamento di conti è allo zenith; i notabili si affrontano simili alle belve nell’arena e, come si dice, “la Rivoluzione divora i suoi figli”. Honoré de Mirabeau è morto, Georges Danton finisce sulla ghigliottina per volere dell’Incorruttibile – «Mostrerai la mia testa al popolo, non capita spesso di vederne del genere», ingiunge al carnefice – Nicolas Condorcet si suicida come molti altri, Marat è stato ucciso da Charlotte Corday, Sono scomparsi Camille Desmoulins (e anche la moglie, l’innocente Lucille, di cui Robespierre era testimone di nozze) Jacques-René Hèbert, Fabre d’Eglantine e altri. Fra i condannati c’è Philippe Ėgalité, il duca d’Orléans che aveva votato la morte del cugino Luigi XVI.

Sembrerebbe che il vincitore sia l’Incorruttibile, “consacrato re dalla morte di Danton” e di cui Mirabeau aveva detto: «Quest’uomo andrà lontano, perché crede in tutto ciò che dice». Invece Robespierre – che pure troverà diversi sostenitori fra gli storici, i letterati e i politici dell’avvenire – ha i giorni contati. Ha governato con il Terrore, verrà eliminato a causa di esso. Nessuno si sente più sicuro, con lui al vertice. E così Paul Barras, Joseph Fouché, Joseph Sieyés, Jean-Lambert Tallien e altri ordiscono la congiura che porterà a Termidoro. Il discorso vago ma pieno di paurose allusioni, che Robespierre tiene alla Convenzione il 26 luglio 1794, è la goccia che fa traboccare il vaso. Il giorno successivo la sua orazione è interrotta, lui non riesce a parlare, qualcuno grida: «È il sangue di Danton che ti soffoca!». Nel pomeriggio tutto è finito, il “pontefice massimo” viene arrestato insieme ai suoi. «La Repubblica è perduta… i briganti trionfano», commenta allora.

Il giorno dopo, orrendamente sfigurato, viene condotto alla ghigliottina. E quello stesso popolo che tanto lo aveva acclamato, grida di gioia nel vedere la sua testa caduta. Fra “Osanna” e “Crucifige”, la distanza è minore di quello che si pensi. Ed è sempre pericoloso brandire l’arma della virtù, unita allo strumento politico della giustizia da usare contro i nemici di ieri e domani per conquistare il potere, inteso come dominio assoluto. Allora come oggi, il risultato è un “cannibalismo” in cui le diverse fazioni si dilaniano nel disprezzo di ogni regola liberale.