La sala odora di pulito. Pareti bianche, lettino rivestito di carta monouso, un vassoietto di acciaio con aghi sottilissimi disposti in fila. Il dentista indossa la divisa verde dei professionisti sanitari, ma da qualche anno i suoi pazienti più che per un’otturazione, si rivolgono a lui per i famosi ritocchini: viso, collo, culotte de cheval. «Nel 2025 l’80% delle procedure estetiche non invasive era costituito da trattamenti come il botox e i filler», dice. «E la domanda non smette di crescere. Vedo persone di ogni età, dai 18 anni in su. Uomini, donne, operai, manager. La crisi? Non l’ho vista passare da qui».

Come ha dato perfettamente conto Michele Masneri sul Foglio, Galderma, il secondo operatore mondiale nel campo degli iniettabili, ha registrato nel primo trimestre del 2026 una crescita delle vendite del 25,5 per cento. Il botox, a quanto pare, è immune all’inflazione. Esco dallo studio con una domanda in testa. Riguarda l’autenticità: quella stessa parola che rimbalza sempre più spesso nel dibattito pubblico, quasi sempre a proposito di altro. Di intelligenza artificiale, per esempio. Il corpo ritoccato e la parola generata dall’AI sembrano fenomeni lontani. Non lo sono. Sono due risposte alla stessa ansia: sembrare qualcosa – più giovani, più eloquenti, più a posto – con mezzi che rendono il processo invisibile. Due forme di sostituzione che si spacciano per ottimizzazione. Lo ha scritto con lucidità la giornalista americana Talia Barnes su Persuasion: l’espressione autentica ci aiuta a comprendere una verità che non è oggettiva, ma soggettiva – quella che riflette l’interiorità di una persona. I sistemi di AI non possono per definizione produrre nulla di autentico. E senza autenticità, scrive Barnes, si incrina la fiducia – quel filo sottile che tiene insieme le relazioni umane e permette di lavorare verso obiettivi comuni.

Il meccanismo, in entrambi i casi, è identico. Non si tratta di migliorare l’originale: si tratta di rimpiazzarlo con una versione standardizzata. E in entrambi i casi vale la stessa logica della corsa al ribasso. Barnes la descrive per l’AI: se il tuo capo usa l’algoritmo per le email di congratulazioni, prima ti senti demoralizzato, poi ti convinci che tanto lo fanno tutti, poi cominci a farlo anche tu.

Masneri la fotografa per il botox: il trattamento si è normalizzato tra i politici, tra i manager, tra i maschi – categorie che un tempo lo avrebbero negato con sdegno. C’è una frase di Robert Putnam, il sociologo americano autore di Bowling Alone che vale per entrambe le storie: «Se ci sembra che gli altri stiano rispettando le regole e facendo la loro parte, lo facciamo anche noi. Altrimenti, no». La fiducia non emerge dal nulla. Richiede affidabilità. E l’affidabilità richiede che ciò che mostri sia, almeno in parte, tuo. Non è nostalgia per un’autenticità che forse non è mai esistita in forma pura. È qualcosa di più semplice: la consapevolezza che quando deleghiamo la forma – del corpo, del pensiero – rinunciamo anche a una parte del contenuto. E che prima o poi, a forza di togliere rughe e aggiungere parole non nostre, rischiamo di guardarci allo specchio e non riconoscere né la faccia, né la voce.

Avatar photo

Curo AI voglia!, un podcast sull’intelligenza artificiale in collaborazione con Il Riformista. Sono tutrice volontaria di minori stranieri non accompagnati e mi interesso da sempre di diritti, immigrazione, ambiente e territorio. Dirigo Healthcare Policy rivista sulle politiche della salute e le sue industrie, del gruppo Formiche.