La limitazione della libertà di circolazione può essere giustificata, tra l’altro, da ragioni di ordine sanitario, come prevede espressamente l’art. 16 della Costituzione; nelle ipotesi di formulazione di questo articolo nei lavori dell’Assemblea costituente, prima che si optasse per la formula “motivi di sanità”, vi era peraltro chi aveva proposto di fare riferimento proprio all’epidemia.

Il punto è che la limitazione della circolazione presuppone l’individuazione dello spazio di esercizio della libertà, sia esso molto stretto come è stato nel lockdown o progressivamente più ampio come nella c.d. “fase 2”. Come ogni limitazione dei diritti la scelta del legislatore deve essere ragionevole, fondata su elementi concreti tali da giustificare la restrizione che comunque deve essere temporanea. Ecco il punto: il diverso livello di diffusione attuale del virus Covid-19 tra le Regioni italiane può costituire una ragione per regolare in modo diverso la libertà di circolazione dei cittadini residenti? La risposta è che una regolazione differente tra le Regioni è costituzionalmente obbligatoria nel senso che a differenti condizioni dei territori rispondono necessariamente discipline diverse. Non interessa in questa sede quali siano i criteri quantitativi impiegati, dati statistici o di scenario, numero dei soggetti interessati, tassi, indici… qualunque sia il parametro, una volta assodata la loro attendibilità a differenziare la condizione della Regione A rispetto alla Regione B, il legislatore nazionale non può trattare nello stesso modo chi vive in territori a contagio zero da tempo e chi si trova in aree non ancora in quelle medesime condizioni. Si tratterebbe di una restrizione delle libertà del tutto priva di giustificazione costituzionale. E ciò vale anche per le Regioni che a loro volta, per espresso dettato costituzionale, non possono “adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone” tra le Regioni come ricorda l’art. 120 Cost..

Cosa sta succedendo allora? Perché si ragiona su di una proroga della limitazione alla circolazione per tutti gli italiani senza distinguere almeno per macroaree del Paese? I motivi giuridici sfuggono alla comprensione, forse perché si tratta di una scelta politica tesa a “non differenziare” come se farlo realizzasse una punizione. Un certo egualitarismo perbenista e paternalista che si è impossessato di parti importanti delle dinamiche del Paese compare oggi in veste emergenziale tradendo di fatto l’impianto costituzionale che, all’art. 3, innalza il principio di eguaglianza a fondamento della Repubblica. Un principio che non significa che dobbiamo essere tutti regolati nello stesso modo o che “mal comune mezzo gaudio” (una sorta di versione paesana del socialismo reale fondato sul sacrificio dei più fortunati), ma un principio che richiede “regole differenti per situazioni differenti”. Ecco dunque che un decreto-legge che prorogasse indistintamente i limiti alla libertà di circolazione tra Regioni oltre il 3 giugno rischierebbe certamente di essere dichiarato incostituzionale.

Chi potrà interessare della questione la Corte costituzionale? Certamente un giudice chiamato ad applicare la norma (magari in sede di ricorso sulla sanzione per la sua violazione) ma forse anche una delle Regioni che si troverebbero “chiuse” pur avendo dati ampiamente positivi. Perché una Regione che ha gestito bene l’emergenza (e che quindi andrebbe premiata!) dovrebbe assistere alla riduzione dei diritti dei propri cittadini e delle proprie imprese senza far nulla? Chissà se il coraggio di qualche Regione potrà rompere questa logica ottocentesca di solidarietà nella sofferenza per aprire la strada – prevista dalla Costituzione – della felicità nella responsabilità.