La domanda giusta sull’intelligenza artificiale non è come la usiamo. È chi la progetta, chi la controlla, nell’interesse di chi viene sviluppata. Ivana Pais, sociologa dell’Università Cattolica, sposta così l’asse del ragionamento: l’IA e le nuove tecnologie non sono un aggiornamento tecnico, ma un modo diverso di vivere, lavorare e governare le città. E le città, Milano per prima, su questo non possono restare alla finestra.

La partita pubblica sull’uso dei dati

Il nodo sono i dati. Sono diventati una delle principali risorse economiche e strategiche del nostro tempo, e chi li detiene potere: sui mercati, ma anche sulle vite. Per Pais qui si gioca una partita pubblica, non privata. Serve un dibattito vero sull’uso dei dati, sulla loro governance, sul ruolo che le istituzioni devono avere nel garantire trasparenza, tutela dei diritti e interesse collettivo. Lasciare che il tema resti chiuso nei laboratori delle grandi piattaforme significa già aver deciso, per omissione, a favore di qualcun altro. Milano si racconta da sempre come laboratorio di innovazione. È il momento di prenderla in parola. Non subire il cambiamento tecnologico, ma governarlo, coinvolgendo cittadini, lavoratori, imprese e corpi intermedi: la posta non è la velocità dell’aggiornamento, è la qualità della cittadinanza. Una città che sa chi possiede i suoi dati è una città che resta padrona di sé.

L’innovazione deve lavorare per la città e non sulla città

Milano, intanto, di dati ne produce a fiumi: gli spostamenti, i mezzi pubblici, i consumi, i servizi sanitari e sociali raccontano ogni giorno la vita di milioni di persone. Sono un giacimento che oggi, in larga parte, alimenta soggetti privati senza che la collettività ne ricavi né regole né beneficio. Restituire a quel giacimento una titolarità pubblica non è statalismo: è la condizione perché l’innovazione lavori per la città e non sulla città. Da qui la proposta più operativa uscita dal confronto: la governance democratica di una piattaforma dei dati dei cittadini deve entrare tra i punti del programma del prossimo governo metropolitano. Non un’appendice tecnologica, ma una scelta di democrazia. Perché l’intelligenza artificiale, prima ancora che una questione di algoritmi, è una questione di chi comanda. E Milano può decidere di non delegarla a nessuno.