Ambrogio
Lombardia, la prima Regione italiana con una legge sui data center. Milano sceglie un nuovo indirizzo
Con il voto di martedì sera al Pirellone la Lombardia è diventata la prima Regione italiana a darsi una legge sui data center. Si potrebbe leggerla come una norma urbanistica fra le tante, una questione di aree dismesse e oneri di costruzione. Sarebbe un errore di prospettiva: quel voto certifica qualcosa di più grande di sé, l’ingresso di Milano e della sua regione in un’epoca nuova.
Le grandi città cambiano natura poche volte nella loro storia. Milano lo ha fatto quando è diventata capitale industriale, poi quando si è reinventata città dei servizi, della finanza, della moda e del design. Ogni volta non ha aggiunto un settore: ha ridefinito cosa fosse e a cosa servisse nel mondo. Oggi accade di nuovo. I data center che si moltiplicano attorno al capoluogo non sono capannoni tecnologici, ma l’infrastruttura materiale di un’economia che gira sui dati e sull’intelligenza artificiale; il fatto che si concentrino qui dice che il baricentro digitale del Sud Europa ha scelto un indirizzo.
È un salto che non riguarda solo l’economia, ma il ruolo che una metropoli si assegna nel proprio tempo. Diventare uno dei poli continentali dove i dati prendono corpo significa entrare in una competizione di scala diversa, dove i concorrenti non sono più Torino o Roma ma Francoforte, Parigi, Amsterdam. Significa attrarre capitali e cervelli, e insieme assumersi responsabilità nuove sull’energia, sul territorio, sulla vita di chi quella trasformazione la abita. La nuova era non è un destino già scritto. È un’occasione, e si misura dalla capacità di starne all’altezza: trasformare la potenza in progresso condiviso, non solo in metri cubi e fatturato. Milano ha già dimostrato di saper cambiare pelle senza smarrire sé stessa. Lo sta per fare ancora, scrivendo un nuovo capitolo della sua storia.
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