Redistribuire la ricchezza, lotta alle disuguaglianze, riduzione del carico fiscale sui redditi da lavoro e flat tax: queste ormai sono le frasi fatte e i luoghi comuni di una politica che pensa solo alla cattura del consenso elettorale in un Paese dove ogni tre mesi c’è qualche elezione ma da almeno 20 anni manca un “progetto nazione”. Che l’imposizione fiscale in Italia sia eccessiva per il combinato di imposte dirette e indirette, non v’è dubbio; il tema, però, è per chi è così alta e se non si risponde a questa prima domanda, si continua a parlare a vuoto. Quanto alla flat tax di cui si straparla è bene precisare che i pochi Paesi che l’hanno introdotta sono economie poco significative e soprattutto hanno un sistema di protezione sociale poco sviluppato e poco costoso: alcuni sono ritornati alla tassazione ordinaria; altri, come negli Stati Uniti, sono in bancarotta.

Nel nostro Paese, caratterizzato da una elevata spesa per il welfare (che incide per il 57% delle entrate totali dello Stato), da un elevato grado di elusione ed evasione fiscale (circa il 20% del pil comprendendo le attività illegali) e da un enorme debito pubblico, l’introduzione della flat tax ha creato forti discriminazioni tra lavoratori autonomi e dipendenti a favore dei primi, ma anche tra autonomi in crescita di attività e di fatturato e che quindi deducono le spese dai ricavi e quelli che non crescono o crescono poco e che quindi, non avendo interesse a deduzioni e detrazioni, veleggiano nell’economia “grigia”. Anche l’aumento del numero delle partite Iva, ampiamente sbandierato, è per gran parte dovuto agli oltre 800 pensionati che lavorano e che, per evitare di sommare pensione e reddito, hanno preferito optare per una partita Iva in modo tale da pagare sui redditi solo il 15% e impedire il cumulo con la pensione. Insomma la flat tax è un potente motore per fare “nero”. Infine, dall’analisi dei redditi 2018 dichiarati nel 2019 emerge che ben il 74% degli oltre 41 milioni di dichiaranti versa una aliquota inferiore al 15%, mentre un ulteriore 13% dalla flat tax trarrebbe assai poco.

Ne guadagnerebbero quelli da 50mila euro in su di reddito, ma a costoro la flat tax è preclusa: altrimenti, si chiedono i nostri politiconi, chi paga le tasse? Appunto, vediamo chi le paga: il 43,88% dei contribuenti dichiara redditi da zero o addirittura negativi a 15mila euro lordi l’anno, (una media di meno di 7.500 euro l’anno per vivere) versa solo il 2,42% di tutta l’Irpef e un altro 13,84% ne versa il 6,56%; significa che il 57,72% degli italiani versa, al netto del bonus Renzi, l’8,98% dell’Irpef cioè 15,4 miliardi, pari a soli 442 euro in media per ognuno dei 34,84 milioni di cittadini. In pratica, oltre la metà del Paese vive a carico di qualcuno e certamente non è oppressa dalle tasse. Eppure ai più importanti “influencer” del Paese – politici, sindacati, chiesa e media – questa cosa va bene perché parlare di poveri, di redistribuire soldi che non ci sono, di tassare di più gli odiati ricchi, porta consensi e plausi. Per garantire i servizi sanitari, la cui spesa totale è di 115,45 miliardi pari a 1.886,5 euro pro capite, al citato 57,72% di italiani occorrono 50,325 miliardi che sono a carico soprattutto del 13,08% della popolazione con redditi da 35mila in su che versano il 59% dell’Irpef. Il restante 29,2% è autosufficiente per la sanità che costa, compresa la quota della persona a carico, 2.752 euro contro una imposta media pagata al netto del bonus di 4.555 euro (ma non per la spesa per la scuola e gli altri servizi).

Potremmo proseguire dicendo che il 4,63% (1,9 milioni) dei cittadini versa quasi il 38% dell’Irpef e che il grosso dell’Iva, Ires, Irap e Isost è a carico di pochi ma è preferibile porsi la domanda: dove si annida maggiormente l’evasione Irpef e Iva? In Italia ci sono più di 25 milioni di famiglie che comprano una serie di servizi e lavori per la casa, aiuti domestici, mobilità e così via direttamente dai fornitori finali che sono, oltre ai lavoratori autonomi regolari, un plotone di irregolari, secondo i lavoristi, assistiti da ammortizzatori sociali, disoccupati, clandestini e altri. Tolti artigiani e commercianti regolari, possiamo stimare in circa quattro milioni i “sommersi” (dati Istat) che, peraltro, fanno una spietata concorrenza sleale nei confronti dei regolari. Moltiplicate il numero di famiglie per tre o quattro interventi l’anno e per tre milioni di soggetti e vengono fuori 300 milioni di prestazioni “Iva evasa”.

A questi numeri occorre poi sommare le prestazioni fatte dai regolari ma che diventano anche queste in “nero” per un ovvio motivo di concorrenza e competitività. Prendiamo un lavoratore medio che guadagna 1.400 euro al mese e che deve imbiancare casa (la stessa cosa vale per lavori idraulici, elettricisti, tappezzieri, meccanici di bici, moto, auto, carrozzieri e così via) e ipotizziamo che il costo dell’intervento sia di mille euro. Il copione nazionale è ormai standard: «Se vuole la fattura sono 1.220 euro, ma se non le serve (perché in Italia è indeducibile o se te la fanno dedurre la sconti in dieci anni, idiozia della nostra burocrazia), il costo scende a 900 euro». Ora, poiché gli italiani non sono né eroi fiscali né tantomeno idioti, la scelta è scontata: «Faccia 900 euro». Il fornitore non ci paga le tasse, l’Iva, i contributi sociali e vive a “carico” di coloro che le tasse le pagano mentre il capofamiglia, con i 320 euro risparmiati, riesce in quel mese a comprare qualcosa in più per i bambini e per la casa.

Per aumentare il potere d’acquisto delle famiglie e quindi accrescere in modo razionale i consumi, la proposta chiave è il “contrasto di interessi” che riesce a dare una soluzione a tutti questi temi senza causare perdite di gettito per l’erario. La proposta è la seguente: per un periodo sperimentale di tre anni tutte le famiglie possono portare in detrazione dalle imposte dell’anno il 50% delle spese effettuate con regolare fattura elettronica (incrocio dei codici fiscali) nel limite di 5mila euro annui per una famiglia di tre componenti che aumenta di 500 euro per ogni ulteriore componente; nel caso di incapienza, sono previste misure compensative (quota asili nido, mensee così via). I lavori/servizi detraibili sono manutenzione della casa (lavori idraulici, elettrici, edili, tappezzerie, mobili), manutenzione di auto, moto e biciclette, piccoli aiuti domestici.

Risultati: innanzitutto la famiglia, indipendentemente dal reddito, risparmia 2.500 euro di Irpef (è come pagare i lavori, Iva compresa, al 50% che è una bella concorrenza agli irregolari), il che equivale a una quattordicesima mensilità che per redditi fino a 35mila euro (cioè il grosso dei contribuenti, come emerge dal report di Itinerari Previdenziali), rappresenta una riduzione del 50% del cuneo fiscale. In secondo luogo gli irregolari, diffusissimi da noi, vengono drasticamente ridotti, si inaugura un “circolo virtuoso” e si spezza la catena “nero tira nero”: questo è forse il maggiore risultato dell’intera operazione: si riafferma la legalità. Lo Stato, infine, non fa un guadagno stratosferico anche se le entrate migliorano almeno del 15% che, su una evasione tra Iva (evasa per otto fatture su dieci), contributi e imposte pari a circa 160 miliardi, vale comunque 24 miliardi (giusto lo sminamento delle clausole Iva).

Oltre ai contributi sociali evasi (si stimano 20 miliardi l’anno) incassa anche più Irpef, Ires, Irap. Per un Paese ad alta infedeltà fiscale il contrasto di interessi è l’unica soluzione possibile: perché non sperimentarla? Quali sono gli ostacoli? Solo politici, ideologici e burocratici. E poi, perché mai gli attuali evasori dovrebbero emergere se si riduce l’Irpef o si applica la flat tax quando per beneficiarne dovrebbero pagare il 24% di contributi sociali, Inail, Iva e altre incombenze fiscali? Ultima domanda: perché non si è mai fatto se la prima proposta è del 2004? Perché sono mancati il coraggio e la voglia di un cambiamento vero, fuori dai lacci della burocrazia e finalmente a favore dei nostri concittadini, soprattutto quelli onesti.