Il Papa è l’ultima vittima illustre dell’inclusione. Un’uscita infelice e il Francesco del “chi sono io per giudicare?” è stato spazzato via. Chi commette errori (o orrori) sul tema dell’inclusione rischia di farsi veramente male, a meno che non lo faccia volontariamente come Giuseppe Cruciani. Ma chi c’è dietro la pericolosa “Lobby dell’inclusione”? All’inizio, c’erano solo gli “inclusivisti etici” quelli che ci spiegavano che “l’inclusione è giusta e basta” e ripetevano che “nessuno va escluso.” Poi sono arrivati gli “inclusivisti economici” e le cose sono cambiate radicalmente.

Qualcuno si è accorto che l’inclusione fa bene all’economia delle imprese. Una ricerca dell’Harvard Business Review ha sentenziato che le aziende inclusive, aperte alla diversità, avevano il 19% in più dei ricavi. McKinsey ha scoperto che un 10% in più di diversità etnica in azienda produce un aumento dello 0,8% degli utili. Forbes ha aggiunto che le aziende inclusive hanno il 33% in più di probabilità di superare le aziende concorrenti e uno studio sponsorizzato da Amazon Web Services dice che le aziende inclusive migliorano la posizione competitiva, l’innovazione e la percezione del brand.

Fateci caso, non ho citato associazioni LGBTQ+ o della sinistra massimalista, ma quello che potremmo definire il gotha del capitalismo mondiale. Io non conosco altri interventi organizzativi che possano dare risultati così brillanti e così a portata di mano. Ma perché? Diciamo che il risultato economico ha due genitori: la Performance (per restare in tema: Genitore 1) e il Mercato (Genitore 2). La performance di una azienda è, a sua volta, figlia di una buona leadership (Nonn* 1, attenzione a pronunciare bene la Schwa) e un’ottima motivazione (Nonn* 2). Gli studi ci dicono che in un’azienda inclusiva le persone non hanno paura di esprimere la propria opinione, proporre soluzione alternative, in pratica di “regalare il proprio punto di vista”. Più punti di vista ci sono, più una azienda è ricca di soluzioni.

Un clima di questo tipo attrae il talento (merce sempre più rara) e lo trattiene, perché i giovani talenti fuggono da aziende con leadership mediocri. Questo mix produce un altro effetto importante. Le aziende inclusive sono più innovative, perché sanno affrontare la complessità e prendere decisioni in modo più veloce ed efficiente. L’unione è la forza di queste aziende. Per quanto riguarda Genitore 2 (il mercato), l’attenzione all’inclusione spalanca le porte a un miglioramento della reputazione e della credibilità del marchio. Aumenta la fiducia da parte dei consumatori e la propensione a consigliare il prodotto.

L’80% dei consumatori presta maggiore attenzione a marchi inclusivi e il 70% è disponibile a consigliarli. Ma basterebbe sommare le categorie legate all’inclusione per arrivare a una fetta importante di mercato, che può premiare o punire un marchio. Parafrasando Larry Fink, CEO di BlackRock, non siamo inclusivi perché siamo diventati buonisti, dobbiamo essere inclusivi perché siamo dei capitalisti! Ma se proprio non ne siamo convinti, lo saremo obtorto collo a breve, quando l’inclusione (come è stato per la sostenibilità) diventerà sempre di più un indice di analisi delle aziende quotate e una bussola per i fondi di investimento. Insomma, se proprio volete saperlo, dietro l’inclusione c’è il mercato, cioè ci siamo noi: lavoratori, consumatori e investitori che vogliamo un mondo più giusto.

Andrea Laudadio

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