Il disastro della Costa Concordia è una storia italiana e senza misteri. Il naufragio della più grande nave passeggeri dai tempi del Titanic, che era affondato nell’Atlantico esattamente un secolo prima, finì sulle prime pagine dei giornali di mezzo mondo. Lunga 290 metri, con 4.229 persone a bordo – 32 delle quali mai più tornate a casa – la Concordia finisce su uno scoglio vicinissimo alla costa del Giglio per una serie di incredibili errori.

Mario Pellegrini era il vicesindaco del Giglio, fu il primo a salire sulla nave: aiutò ad evacuare centinaia di persone, una decina le strappò ai pozzi neri che erano diventati i corridoi. “Ripensando in questi anni a quei momenti – ricorda all’Ansa -, se avessi fatto tutto quello che potevo, alla fine mi sono detto che sì, non potevo fare di più”.

L’antieroe del disastro non può che essere Francesco Schettino, il comandante che sta scontando una condanna a 16 anni. L’inchino fu opera sua così come furono suoi i ritardi nel dare l’abbandono nave, un’ora e 9 minuti dopo l’impatto. Ma è stato chiaro fin da subito che Schettino fosse il colpevole perfetto, anche per via del suo atteggiamento, a partire dalla scusa con cui sostenne di non aver abbandonato la nave: “sono scivolato su una scialuppa”.

La cerimonia dell’inchino però non l’ha inventata Scettino. Altri ufficiali e membri della Costa hanno patteggiato le pene ammettendo le loro responsabilità. Tra loro il capo dell’unità di crisi a Genova Roberto Ferrarini, con il quale Schettino parlò più volte dopo lo schianto, e il timoniere Jacob Rusli Bin: non capì gli ordini, girò a sinistra invece che a destra.

Sulla nave c’è però anche chi il suo dovere l’ha fatto. Come Sandro Cinquini e Simone Canessa, medico di bordo e cartografo. “Canessa non voleva abbandonare la nave – racconta ancora il sindaco Pellegrini all’Ansa – Diceva ‘io sono l’ufficiale più alto in grado a bordo, devo stare qui’. Era quasi in ipotermia, sono riusciti a convincerlo alle 5 del mattino ma hanno dovuto faticare”.

Ma la storia della Concordia è anche quella del riscatto di un Paese che riuscì nell’impresa folle di riportare in asse la nave, prima, e di portarla via sconfiggendo invidie e burocrazie, dopo, evitando di lasciarla marcire a pochi metri dalla costa dell’isola del Giglio. Il simbolo dell’impresa è il sudafricano Nick Sloane insieme agli italiani Sergio Girotto, ingegnere della Micoperi, e Franco Porcellacchia. E l’ha fatta il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Franco Gabrielli, che allora era Commissario per l’emergenza, riuscendo a far funzionare pubblico e privato insieme.

Dieci anni più tardi il Giglio, che aspetta le celebrazioni per l’anniversario, è come era nel gennaio del 2012: deserto. Negozi e alberghi chiusi, il molo sferzato dal vento. Arriveranno autorità e naufraghi, tornerà Kevin Rebello, il fratello di Russel, il cameriere indiano che fu l’ultima vittima ad essere restituita, mille giorni dopo il naufragio. “Tutto questo dolore poteva essere evitato se non ci fosse stato l’inchino. Senza quello, non saremmo qui a parlarne”.

Riccardo Annibali