Sarà colpa del divieto di assembramento se i plenipotenziari del costituzionalismo italiano rimangono in isolato silenzio davanti alla più vasta operazione di sacrificio delle libertà comuni da che esiste la Repubblica. Qualcuno che dice la sua c’è, tipo Gustavo Zagrebelsky, quello delle adunate democratiche al PalaSharp, con i bambini mandati sul palco a leggere i proclami dell’Italia perbene contro il gangster di Arcore: e argomenta che va tutto benissimo, perché la Costituzione protegge innanzitutto il diritto alla salute ed è normale che tutti gli altri vi si subordinino (pace, evidentemente, se poi quel diritto trova presidio in tremila euro di multa inflitti senza processo a chi fornisce la dichiarazione sbagliata al posto di blocco).

Altri (ma proprio pochissimi), sulla punta di una penna che più sorvegliata non si può, hanno trovato la forza di rivolgersi al presidente della Repubblica, sollecitandone l’attenzione sui modi a dir poco discutibili con cui il Governo ha proceduto al quotidiano massacro dei diritti protetti dalla Costituzione più bella del mondo: ma Mattarella ha messo tutto a posto, e nella stoica sopportazione dell’astinenza da barbiere ha spiegato che c’è il Parlamento a vigilare sulle indispensabili restrizioni cui il governo sottopone i cittadini italiani.

Per il resto, appunto, l’Accademia sta a guardare. Che l’allegro sacrificio degli elementari diritti delle persone (di movimento, di studio e formazione, di iniziativa economica) sia avvenuto e continui nella reiterazione di comandi contraddittori e fuorvianti, emanati da poteri disparati e che formano questo intruglio di divieti e limitazioni fatto digerire con la minaccia di multe e carcere, non stimola nemmeno leggermente le capacità di intervento della dottrina costituzionalistica. Che pure solitamente milita con prontezza quando si tratta di spiegare l’importanza capitale del sistema elettorale a doppio turno corretto o del maggioritario con spritz, o quando la Patria impone di scendere in campo contro il caudillo di Pontassieve che vuole trasformarla nel cortile dei suoi esperimenti autoritari.

E – per carità – non si dice che il costituzionalista dovrebbe denunciare questo andazzo al modo nostro, di bifolchi ai quali suona abbastanza male che i comportamenti dei cittadini e delle imprese siano regolati da decreti e ordinanze che appaltano al prefetto di monitorare le zone chiuse e di sospendere le attività commerciali avvalendosi delle forze di polizia; né ancora si pretende che quegli studiosi sprechino il proprio tempo a dir qualcosa sulla farsa di un decreto legge che conferisce al presidente del Consiglio il potere di far quel che vuole, con il Parlamento chiamato a sdoganare la pratica sinora incensurata di procedere a suon di provvedimenti sottratti al controllo delle assemblee legislative. Queste, si ripete, sono scemenze che preoccupano solo noialtri, gente volgare.

Ma una preghiera laica sulla Costituzione rivoltata come un calzino messo a soletta dello scarpone di governo, forse, agli italiani avrebbe fatto bene. Avrebbero potuto farne tesoro, e nell’oscenità della retorica strapaesana il repertorio da balcone avrebbe incluso qualcosa di decente.