Nei prossimi mesi bisogna prendersi cura dell’accesso alla professione dei giovani medici. Molti laureati in medicina e non ancora specializzati sono stati “catapultati” a gestire l’emergenza nei reparti COVID o a realizzare tamponi, nelle Usca (Unità speciali di continuità assistenziali) ed ora impegnati nei centri vaccinali.
Il 20 luglio si svolgerà la prova nazionale per l’ammissione alle Scuole di specializzazione e molti giovani medici si troveranno a fare una scelta, ritirarsi a studiare o continuare il lavoro per il quale il nostro paese li ha chiamati a dare una mano. Ognuno, singolarmente, sta prendendo delle decisioni nella consapevolezza che il numero di posti per entrare nelle specializzazioni è largamente insufficiente rispetto alle domande. Siamo difronte ad un vero è proprio “imbuto formativo” e, anche se nell’ultimo anno si sono aumentate le borse di studio, esiste ancora uno scarto tra gli aspiranti specializzandi e i posti.

Il personale medico italiano è il più anziano d’Europa e le borse sono inadeguate rispetto ai pensionamenti che ci sono e che avverranno nei prossimi 5-10 anni.
Il 52 per cento di tutti i medici che emigrano verso un altro paese è italiano. La nostra nazione deve avere la capacità di programmare a medio-lungo termine il fabbisogno di personale medico con criteri di sistema e omogenei, superando l’attuale spezzettamento della previsione professionale tra diverse istituzioni, Ministero della salute, Regioni, Università, Ordini professionali. Bisogna far nascere anche opportunità di orientamento professionale all’interno delle università e probabilmente riformare il sistema nella direzione di fare in modo che i medici possano scegliere la specializzazione che desiderano.

È necessario dunque prevedere un numero sufficiente di borse di specializzazione per riassorbire nel giro di pochi anni l’imbuto formativo. Affinché ciò non avvenga a scapito della qualità della formazione è auspicabile implementare le reti formative delle scuole di specializzazione (fissando standard di qualità ben definiti), in modo da evitare la creazione di “ospedali pollaio” e, al contempo, da ottenere un incremento del personale medico (sia pure in formazione) da destinare ai reparti dei presidi sanitari presenti nel territorio. E inoltre dovremmo riflettere sulla formazione in medicina generale, uniformandola alle scuole di specializzazione. Ci impegneremo nei prossimi mesi per una riforma organica dell’accesso alla professione medica delle ragazze e dei ragazzi.

Nel frattempo è opportuno trovare il modo di valorizzare la straordinaria esperienza professionale, umana e sociale che i giovani medici in attesa di specializzazione stanno compiendo durante l’emergenza COVID. È questo un dovere per la classe politica che va oltre il semplice ringraziamento per l’impegno dei giovani professionisti ad esempio nei centri vaccinali dove essi svolgono un lavoro organizzativo, di anamnesi, di accompagnamento psicologico, di squadra con infermieri e volontari, essenziale per la cittadinanza.

*Presidente della Commissione igiene e sanità di Palazzo Madama

 

Sono laureata in Filosofia che è la mia passione. Napoletana, ma ormai vivo a Roma da venticinque anni. Sono stata responsabile nazionale donne della Cisl, con impegni anche internazionali. Nel mio ruolo politico e istituzionale mi sono occupata in particolare di formazione, disabilità, povertà, politiche attive e lavoro digitale.