«Se non fossi una chef mi piacerebbe essere una fotografa: non una fotografa digitale ma analogica. Ho lavorato per dieci anni come disegnatrice grafica e mi porto dietro quella vena creativa e le regole legate al mondo della grafica che poi mi hanno aiutato tantissimo nel mio lavoro di chef». Cristina Bowerman, una stella Michelin, 3 forchette Gambero Rosso, è la chef di Glass Hostaria, spazio trasteverino che guida da 16 anni.

Parte giovanissima dalla sua Cerignola (in provincia di Foggia) alla volta di San Francisco, e vive in diversi Stati degli Usa a lungo: si ferma ben 9 anni a Austin, in Messico, dove prende la residenza, “gli anni” che definisce «più determinanti per la sua formazione»: «Lì ho imparato la cucina giapponese, quella vietnamita, la stessa cucina messicana: nel 2006 già facevo le affumicature che poi, col tempo, sarebbero andate tanto di moda ma all’epoca ricordo che mi prendevano in giro! Ho sempre cercato di precorrere i tempi e, a volte, come mi ha fatto notare qualcuno, un po’ troppo ma di questo sono molto orgogliosa e intendo continuare così». Da Cerignola a San Francisco e ritorno – La mia vita di chef controcorrente (Mondadori, 2014) è uno dei suoi i libri: «Questo aggettivo, controcorrente, mi piace tantissimo perché, in realtà, quello che ho sempre cercato di fare è di trovare un mio stile identificativo, e di concepire un modello che fosse diverso rispetto a quello maschile».

Cresciuta professionalmente con il mito di chef tanto “maledetti” quanto geniali, come Anthony Michael Bourdain e Marco Pierre White, Bowerman scelse di discostarsene quando dovette operare la scelta «di quale modello seguire». Solo così, comprese, avrebbe «aperto la strada» a tante professioniste donne come lei per le quali sarebbe potuta essere un vero e proprio role model: «Fortunatamente il profilo dello chef professionista è cambiato radicalmente rispetto al passato: pensiamo all’aspetto manageriale, oggi imprescindibile, alla capacità di gestire gli staff e a tutte le attività connesse all’impresa di ristorazione». Nel 2005, dal Texas Cristina Bowerman torna a Roma e rileva Glass che, in controtendenza con le tipiche trattorie romane di Trastevere, è concepito, appunto, come uno «spazio contemporaneo e innovativo sia nella filosofia che nella proposta gastronomica, controcorrente». Esattamente come la sua cucina, «frutto di esperienze, viaggi, incontri, formazione culinaria e studi». Alla domanda come definirebbe la sua cucina, Bowerman risponde con una sola parola «contaminata». E spiega: «L’ho sempre definita contaminata: perché io sono pugliese ma ho vissuto buona parte della mia vita negli Stati Uniti e in Stati diversi che poi è come se fossero nazioni diverse: ho subito l’influenza – a livello personale e professionale – di diversi tipi di cucina, dalla messicana alla giapponese alla vietnamita».

Ecco, la cucina di Cristina Bowerman è un “crossing culturale” che racconta il gusto attraverso il dialogo costante fra tradizioni, culture, memoria e luoghi: «Ho sempre cercato di integrare tecniche e ingredienti di paesi diversi: mi piace cercare quel punto in cui gli ingredienti (dunque, le culture e le diverse tecniche) si incastrano perfettamente. E quell’incastro non deve essere necessariamente spiegato: c’è e basta e compone un gusto unico che contiene storie, tradizioni e origini diverse». L’ennesimo incastro ben riuscito è il suo nuovo delivery: si chiama “Bowie” – omaggio al grande cantautore britannico e al tempo stesso diminutivo del cognome della chef – e per ora raggiunge Roma e Milano: «Partire in contemporanea a Roma e Milano non è stato semplice, si tratta di una linea diversa da Glass, per concetto e creativitá, ma garantisce la stessa qualitá. Vertical é stato essenziale per la partenza di Milano e HQF per la partenza a Roma».

Il menu di Bowie – visitate la pagina Instagram “bowie_cristina_bowerman” – ripropone alcuni classici della cucina romana e italiana interpretati in chiave internazionale. La famosa “contaminazione”: un bel mix di tex-mex, cucina francese e newyorkese ma anche trasteverina. Cucina gourmet ma “per tutti i giorni”: ci sono il burrito con dentro la coda alla vaccinara, i ravioli ripieni di amatriciana, il croque monsieur che è una specie di club sandwich con pastrami di lingua e il pulled pork stile thai (con latte di cocco e curry) e purea di patate arrosto e per dolce la sfera di tiramisu.

Progetti per il futuro? «Viaggiare: non riesco a pensare a nessun’altra cosa. Viaggiare è in assoluto la parte della mia vita che mi manca di più: da 5 mesi esiste Glass in Cina ma ancora non posso andarci. Poi, vorrei partire per la Turchia dove – già da tre anni – c’è un altro ristorante che mi aspetta. Infine, c’è un viaggio in Nepal saltato per il Covid e a cui tengo tantissimo. Sono afflitta dalla sindrome della valigia: è lì pronta ma non posso utilizzarla. Ogni tanto la guardo: mi aiuta a immaginare come sarebbe, proprio come quelle lettere che si scrivono e non si mandano mai».

Ho scritto “Opus Gay", un saggio inchiesta su omofobia e morale sessuale cattolica, ho fondato GnamGlam, progetto sull'agroalimentare. Sono tutrice volontaria di minori stranieri non accompagnati e mi interesso da sempre di diritti, immigrazione, ambiente e territorio. Lavoro a +Europa.