Quella di venerdì scorso potrebbe essere una giornata storica per i dipendenti di Apple e, in generale, per i diritti dei lavoratori negli Stati Uniti. Con una nota pubblicata sul sito del personale interno di Apple, al quale hanno accesso gli 80 mila stipendiati, la compagnia tecnologica ha riconosciuto ai propri dipendenti qualcosa che dovrebbe essere scontato: ovvero il diritto di discutere liberamente le condizioni di lavoro e la retribuzione. La notizia, diffusa per prima da Nbc News, arriva dopo mesi di controversie interne che hanno visto i lavoratori dell’azienda in rivolta per contestare le dichiarazioni ufficiali di Apple relative alle loro retribuzioni.

A partire dallo scorso agosto, alcuni dipendenti si sono organizzati in un movimento chiamato #AppleToo. Poi si sono rivolti agli organi competenti, formulando contro Apple ben otto accuse di pratiche di lavoro scorrette su questioni che vanno dal licenziamento illegale alle molestie. Una di queste accuse è stata respinta. Ma sulle restanti sette sta ancora indagando la National Labour Relations Board (Nrlb), l’agenzia governativa indipendente del governo federale degli Usa, che ha la responsabilità di far rispettare il diritto del lavoro statunitense relativo alla contrattazione collettiva. Se le accuse saranno ritenute credibili, la Nrlb potrà obbligare Apple alla pubblicazione di una nota molto simile a quella appena diffusa. «Le nostre politiche non impediscono ai dipendenti di parlare liberamente dei loro salari, orari o condizioni di lavoro», si legge nel promemoria. «Incoraggiamo tutti i dipendenti che hanno dubbi a sollevarli nel modo in cui si sentono più a loro agio, internamente o esternamente, anche tramite il proprio manager».

Negli ultimi mesi, il movimento #AppleToo ha di fatto violato la storica cultura della segretezza dell’azienda per denunciare pubblicamente le decisioni controverse del management in tema di assunzioni, disparità retributive e politiche di lavoro a distanza. Ma la società aveva fatto muro, bloccando ben tre sondaggi sull’equità salariale gestiti dai dipendenti, con la scusa che violavano le regole di rispetto della privacy del personale. Janneke Parrish, program manager e una delle co-fondatrici del gruppo, è stata addirittura licenziata da Apple a ottobre per aver cancellato i file dal suo telefono di lavoro durante un’indagine interna sulla fuga di notizie. L’altra promotrice di #AppleToo, Cher Scarlett, ingegnera di software, aveva presentato denuncia alla Nlrb contro la società per aver limitato la facoltà dei lavoratori di discutere le condizioni salariali e lavorative impedendo anche le comunicazioni interne. Per Parrish e Scarlett la nota difensiva di Apple è un successo. «È una vittoria per i lavoratori perché dimostra che Apple sa che perderebbe se fosse sottoposta a giudizio», spiega alla Nbc Veena Dubal, professore all’Università della California Hastings College of Law. «Ma dimostra pure che la legge fa troppo poco per scoraggiare le pratiche di lavoro sleali e che i lavoratori sono poco tutelati quando i loro diritti di organizzazione vengono violati».

Ma la protesta dei lavoratori di Apple è solo una delle tante che segnano un più generale cambio di rotta nelle relazioni industriali in America. Negli anni recenti i diritti dei lavoratori in Usa sono stati spesso sotto scacco e, con le tutele, era scemata anche la forza dei sindacati americani. Secondo l’agenzia di statistiche Pew Research, nel 1983, il 20% degli americani era iscritto al sindacato, ma nel 2020 quella percentuale era scesa di quasi la metà, arrivando al 10,8%. I più scettici verso le protezioni sindacali sono i giovani lavoratori di età compresa tra 16 e 24 anni, molti dei quali svolgono lavori temporanei o al dettaglio sui quali i sindacati hanno poca influenza. Ecco perché i tassi di partecipazione sindacale finora sono stati bassissimi: appena il 4,4% nel 2020 secondo il Bureau of Labor Statistics. Negli ultimi mesi, tuttavia, in particolare nei settori dei media e dei servizi (dunque nelle aziende tech come Apple e nel settore della ristorazione), l’interesse verso forme di protesta “operaia” torna a guadagnare terreno, specie tra i più giovani, entrati da poco nel mondo del lavoro.

Ovviamente la pandemia ha inciso molto. Secondo un sondaggio Gallup di settembre, circa il 77% dei giovani adulti oggi sostiene i sindacati. In una recente inchiesta condotta da Cnn Business, molti intervistati dichiarano la volontà di unirsi ai movimenti di tutela dei lavoratori. È quello che è capitato, per esempio, ai lavoratori più giovani di Starbucks che si stanno riorganizzando a Buffalo, New York. Molti di questi dipendenti, alcuni dei quali brutalmente licenziati a causa della crisi sanitaria, hanno ripreso in mano il loro destino iscrivendosi ai sindacati, nonostante i boicottaggi dell’azienda. Molti di loro confessano che, fino ad oggi, l’iscrizione al sindacato non era più nemmeno parte della loro mentalità. «Questi giovani hanno visto scomparire le opportunità per la loro generazione e temono che staranno peggio dei loro genitori», spiega alla Cnn Kate Bronfenbrenner, docente della School of Industrial and Labor Relations della Cornell University. «E così si guardano intorno per cercare chi sta facendo qualcosa: e vedono il movimento operaio». Sarà una lezione anche per i sindacati italiani?

Journalist, author of #Riformisti, politics, food&wine, agri-food, GnamGlam, libertaegualeIT, Juventus. Lunatic but resilient